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Aria di tempesta

Lo sciabordio delle onde cullava i suoi pensieri, mentre con un pennarello scarabocchiava il foglio color crema, tracciando segni marroni senza badare al soggetto. Il vento, fuori dalla finestra del soggiorno, sollevava la sabbia in nubi di polvere, che sembravano cercare disperatamente di raggiungere il cielo fumoso. Un giorno grigio di metà ottobre, quando ormai i falsi amici di quell’estate avevano fatto ritorno in città e alle loro vite. Cristina, invece, era rimasta nella sua casa, sola, nella nostalgica atmosfera che abbraccia quei luoghi con l’approssimarsi dell’autunno, quando la magia del mare d’inverno riusciva a toccare pochi cuori. Il suo lo aveva letteralmente rapito. Il telefono squillò facendola sobbalzare, riportandola alla realtà in modo brusco e indesiderato.

«Ciao, tesoro», esordì una voce affabile, segnata dall’età. «Ti disturbo?»

«No, nonna, tranquilla. Avevi bisogno di qualcosa?»

Sua nonna era forse l’unica persona con cui non riusciva a sfoggiare il suo fare caustico e diretto, arrivando a mentirle per mantenere un rapporto a cui teneva. Non riusciva a legare con nessuno, negli altri vedeva solo figure di passaggio, per lo più ipocrite; non per cattiveria, quanto per una fame di vita che non trovava mai appagamento e li portava a indossare maschere, che toglievano alla fine delle vacanze. Eppure, era convinta che anche il resto dell’anno non facessero altro che mentire a se stessi.

«Avrei bisogno delle medicine per la pressione, ma con questo tempo non me la sento di uscire».

«Non ti preoccupare, ci penso io», la rassicurò.

Si era presa cura di lei fin da quando era bambina, con amore e tanti sacrifici, il minimo che potesse fare era ricambiare, adesso che i ruoli sembravano essersi invertiti.

Dopo averla salutata, gettò il pennarello sul tavolo e si preparò per uscire. Sia lo studio del medico che la farmacia si trovavano lungo il viale principale, costeggiato da case con giardini e alti alberi, che d’estate davano ombra per le passeggiate, lasciando gradatamente il posto a negozi e ristoranti nel cuore del paese. Uno scenario deserto da città fantasma, come se nessuno potesse vivere lì al termine della stagione estiva e, in effetti, restavano davvero in pochi durante l’inverno.

Con in mano la borsa dei medicinali, si avviò nuovamente con passo spedito, sollevando il bavero del cappotto per ripararsi dalle sferzate d’aria.

«Aria di tempesta», disse una voce bassa e graffiante di fianco a lei.

Cristina si bloccò di colpo, voltandosi con una lentezza innaturale alla propria destra. Lo sguardo si fermò su un uomo appoggiato a un lampione, con indosso un lungo soprabito nero di pelle, che si agitava attorno alle gambe come un animale inferocito; la pelle chiara contrastava col resto, conferendogli un qualcosa di evanescente e irreale. Tuttavia, erano i suoi occhi di un grigio magnetico a intrappolare come un gorgo in mezzo al mare, incastonati in un viso dai lineamenti decisi, seppur aggraziati, incorniciato da corti capelli corvini, spettinati dal vento, a restituirgli un’aria selvaggia.

La fissò in silenzio per un istante, si staccò dal suo appoggio con un colpo di reni e le si avvicinò con la sinuosità e l’eleganza di una pantera, pronta a catturare la preda, letale e meravigliosa allo stesso tempo.

«Che ci fai, tu, qui?» gli domandò indietreggiando di qualche passo.

«Mantengo la mia promessa», sogghignò, lasciando che quelle poche parole assumessero un tono melodioso e soave, come un canto sussurrato al vento.

Sbatté contro il muro di cinta di una villetta chiusa, lasciando cadere la borsa. La vista di Manuel dopo tanti anni era come sale gettato su ferite mai rimarginate.

Lui levò le mani dalle tasche per poggiarle sul muro, intrappolandola tra le sue braccia. Si chinò su di lei, annullando la distanza imposta dalla differenza di altezza e prese una ciocca di quei capelli ambrati, facendola scivolare tra le dita.

«La tua promessa? Temo tu abbia problemi di memoria, dato che sono passati dieci anni!» ribatté, assestando un colpo alla sua mano per scacciarla.

Manuel scoppiò a ridere.

«Avevo detto che sarei tornato, o sbaglio?»

«Appunto!»

«Sono qui».

«Sei scemo o cosa?» gli inveì contro, spingendolo indietro.

«Non ho mai detto quando lo avrei fatto».

La naturalezza della sua risposta urtò ancora di più Cristina, che si sentì presa in giro.

«Troppo comodo, bello mio. Adesso puoi anche andartene all’inferno».

Fece per andarsene, immemore della commissione ancora lì a terra, ma l’uomo l’afferrò, riportandola spalle al muro e piantando gli occhi in quelli azzurri di lei, che si fecero lucidi e inermi davanti a tanta determinazione.

«Mi spiace, è da lì che vengo e non ho nessuna intenzione di tornarci. Tutt’altro. Adesso voglio godermi il paradiso», le disse suadente, sfiorandole il collo con la punta della lingua.

«Sei fuori di testa», replicò, ma stavolta la sua voce rivelava incertezza.

«Sai che non è così, lo senti».

«Che diavolo stai dicendo?»

Gli occhi della donna si riempirono di lacrime, con le quali lottò per trattenerle.

«Ho pagato un caro prezzo per quell’estate con te, per averti mostrato troppo».

«Io… io non capisco…»

«Non puoi, perché hai dimenticato. Ti hanno fatto dimenticare le cose più importanti che abbiamo condiviso, però lo sai che non sei come tutti gli altri. Non puoi negarlo a te stessa e neppure a me».

Cristina serrò le labbra come se volesse incollarle tra loro e lui sorrise, sfiorandole con le proprie.

«Avanti, pensa Cris. Chi era tuo padre?»

Scosse la testa, tuttavia lui la fermò, intrappolandola in un bacio. Fu come se una scarica ad alto voltaggio l’attraversasse, facendole bruciare tutto il corpo. Sbarrò gli occhi, mentre la lingua di Manuel cercava avidamente la sua. Un lampo, una luce bianca l’accecò e nel nulla in cui si ritrovò presero a scorrere immagini, un susseguirsi frenetico di ricordi che esplosero nella sua testa. Le fu impossibile trattenere oltre le lacrime.

«Lo capii troppo tardi, quando non potevo più fare a meno di te», le sussurrò.

«No, io non so chi sia, non l’ho mai conosciuto e mia madre è morta di parto», gli disse tremante.

«Come può una donna sopportare la forza del frutto di un amore divino?»

«No…»

«La tua mente può andare oltre, puoi andare ancora più indietro. Tu conosci il suo nome».

Lui era come un serpente che le si attorcigliava attorno, stringendola tra le sue spire per stritolarla, per fare a pezzi ogni sua resistenza. Non poteva accettarlo, lei non era una ragazzina indifesa e non si sarebbe fatta usare come una bambolina. Con quel pensiero riemerse tutto, compresa la forza che non sapeva di avere.

«Raziel!» urlò facendo volare Manuel dall’altra parte della strada.

Cristina si guardò la mano come la vedesse per la prima volta. I suoi occhi risalirono il braccio, finendo per osservare il proprio corpo.

«Raziel…» mormorò.

«Il segreto di Dio», le fece eco l’altro.

Lo squadrò e lo trovo magnifico come mai prima d’allora. Oscuro e splendente le si accostò di nuovo.

«Il segreto di Dio non può essere rinchiuso nel quinto cielo», le rivelò. «Per cui sono stato liberato».

«Cosa sono, io?» gli chiese confusa.

«L’unica Nephilim che non può essere cacciata, l’unica che possiede in eredità la sapienza rivelata e i segreti divini».

Ascoltandolo inclinò la testa, quasi cercasse di cogliere qualcosa di non ancora detto. Manuel le sorrise con un’espressione compiaciuta, mentre l’abbracciava.

«E sei mia».

Un ghigno beffardo si dipinse sul volto della donna.

«Ti sbagli, Azazel», gli sussurrò bocca a bocca. «Adesso, tu sei mio».

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