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Atto d’amore

Lo stridio delle gomme, un rumore secco e un frastuono assordante. L’airbag che le esplose davanti alla faccia era l’unica cosa che riusciva a ricordare chiaramente, la prima ad aver assalito la sua memoria non appena riprese i sensi in ospedale. Con gli occhi aveva scrutato la stanza, confusa, senza riuscire a capire dove si trovasse, scorrendo i fili che dal braccio risalivano fino alle flebo. Non poteva parlare, la gola le bruciava. Le occorse qualche istante per realizzare di avere un tubo nell’esofago, che le consentiva di respirare.

Eva era sola, non riusciva a muoversi, ma sapeva di aver avuto un incidente. Il pensiero corse subito a Moreno, il suo compagno, che si trovava alla guida dell’auto. Lottò con se stessa, iniziando ad agitarsi nel letto: doveva sapere come stava. Non le importava del dolore, la paura che mordeva feroce era tutta per lui, inspiegabile forse, tuttavia doveva sincerarsi che stesse bene. La porta si aprì e un’infermiera si affrettò a raggiungerla per calmarla. Avrebbe voluto parlare, dirle che stava bene, implorarla di farle sapere qualcosa di Moreno, tuttavia non le era possibile; poteva solo pregarla con gli occhi lucidi, puntati su quelli castani della sconosciuta.

«Resti calma, adesso chiamo il medico. Se tutto è a posto, toglierà il tubo del respiratore», la rassicurò con tono accomodante.

Eva vi colse una nota forzata, falsa, magari perché era il suo lavoro e ci era abituata. Ciononostante, la sua accondiscendenza alimentò quella goccia, che continuava a stillare nella sua testa come una tortura.

***

Ormai erano passati tre anni da quando era uscita dall’ospedale e lo aveva fatto da sola.

Passeggiava nella foschia di inizio novembre, l’aria pungente sembrava sposare la sua sofferenza. La perdita di Moreno non riusciva ad accettarla, né a farsene una ragione. Aveva smesso di piangere e credeva di non aver più lacrime da versare. Tuttavia, quando qualcuno le diceva che il tempo avrebbe lenito il suo dolore, l’assaliva la rabbia.

Lei non voleva dimenticare nulla, non voleva lasciarlo andare. Quegli occhi color smeraldo li voleva marchiati a fuoco nell’anima, così come la sera in cui lui aveva inciso le loro iniziali sul legno della porta della camera da letto; non voleva scordare che ogni Natale le regalava un bagnoschiuma alla vaniglia, perché sapeva quanto le piacesse. Non contavano i soldi e valevano meno persino i regali più costosi che gli abbinava. Contava il pensiero avuto solo per lei, giacché la conosceva e il bagno lo avrebbero fatto insieme, avrebbero fatto l’amore e poi si sarebbe addormentata sentendolo respirare il profumo della sua pelle.

Come poteva dimenticare il giorno maledetto in cui lo aveva preso? Avevano fatto la fila per tre volte consecutive per salire su una stupida giostra e così erano in ritardo per la cena con i genitori di Moreno. Eppure, non importava. Stavano ridendo come bambini, quando tutto accadde in un attimo.

Un istante e ogni sorriso era morto con lui. Era viva, l’avevano estratta dalle lamiere tutta intera per miracolo. Invece no, non era un miracolo. Moreno aveva sterzato apposta, mandando in testa coda l’auto per evitare che impattasse dal suo lato. Ci aveva messo del tempo a ricordarlo, una decina di sedute di psicanalisi e il risultato fu devastante.

Doveva vivere: era stato l’ultimo desiderio dell’uomo che amava.

Si accostò a una panchina, dove non c’era neppure un angolino asciutto per potersi sedere e sospirò. Una mano le sfilò davanti e passò un fazzoletto sul metallo freddo della seduta. Si voltò sospettosa, affilando lo sguardo, pronta per concedere qualche parola al vetriolo a chiunque tentasse un gesto gentile per abbordarla.

«Ciao, Eva», le disse l’uomo con una voce bassa e graffiante, che contrastava con il sorriso accennato, gli occhi di giada e i capelli neri, che facevano capolino da sotto la berretta di lana.

Lo squadrò un momento, interdetta.

«Franco?»

«Ne è passato di tempo», le rispose sedendosi.

«Non ti sei presentato neppure al suo funerale, probabilmente eri troppo impegnato a girare il mondo per curarti della morte di tuo fratello».

Gli vomitò addosso tutta la rabbia che aveva dentro, non le importava se motivata o meno, ne aveva bisogno. Franco non batté ciglio, restò a guardarla in silenzio.

«Di’ qualcosa, dannazione!» gli gridò contro.

«Davvero mi credi tanto meschino?»

Eva si bloccò di fronte alla calma di lui, come se le avesse dato un ceffone per svegliarla. Svuotò i polmoni ed ebbe l’impressione di farlo per la prima volta da quando aveva ripreso conoscenza. Abbassò lo sguardo rilassando il corpo e, infine, si sedette accanto a Franco.

«No», ammise con un filo di voce.

«Non ce l’ho fatta, lo sai che tra i due era lui quello forte. Non ce l’ho fatta a prendere il telefono per chiamarti, né a prendere un aereo. Non ce la facevo nemmeno ad alzarmi dal letto, perché avrebbe voluto dire che era tutto vero, che lui non c’era più». Le allungò una scatola color crema con un fiocco rosso. «Sono egoista ed egocentrico, sì, e l’ho ampiamente dimostrato anche in questo caso», riprese guardandola. «Più di tutto, col passare dei giorni, mi rendevo conto che non avrei saputo affrontare la sua perdita e il tuo dolore tutt’insieme. Non ti sarei stato di alcun aiuto, anzi, forse ti avrei reso ancor più difficile la cosa».

Eva prese il regalo distogliendo lo sguardo, non potendogli dare torto. Moreno e Franco erano gemelli, non completamente uguali, ma la somiglianza era evidente, seppur assai diversi nel carattere. Lei aveva perso il compagno, Franco una parte di sé e lo sapeva bene.

«Sono stata egoista anche io, ti avevo cercato proprio per quello».

«L’ho immaginato e non te ne faccio una colpa», le sorrise di nuovo. «Il problema è che non sono lui, non lo sarò mai e tu hai scelto lui».

Eva aprì il pacchetto ed estrasse il barattolo che conteneva.

«Prima però eravamo amici, tutti e tre. Magari possiamo provare a esserlo ancora noi due».

Lei restò a fissare il bagnoschiuma.

«Moreno ne sarebbe felice. Ha sempre voluto che tornassimo uniti come da bambini».

«Se non sbaglio era la vaniglia la tua preferita, giusto?»

Le lacrime le rigarono il volto, mentre annuiva alla domanda.

«Grazie», gli disse singhiozzando.

Franco l’abbracciò e Eva ebbe la sensazione di essere meno sola. Aveva ancora un gran vuoto dentro, lo stesso che segnava anche il cognato. Ma, forse, era proprio quello a consentir loro di capirsi, consapevoli che niente e nessuno lo avrebbe mai potuto colmare.

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