Come back

Camminava sul marciapiede lungo il viale della stazione, con una marcia sostenuta che faceva picchiettare i tacchi sul porfido. Nonostante il piano dissestato e del terriccio tra le fughe, non mostrava incertezze e ostentava fierezza, col mento alto e lo sguardo puntato diritto davanti a sé. Erano passati sette anni dall’ultima volta che era stata lì, se ne era andata senza niente, o meglio, soltanto con le cose che era riuscita a infilare nel borsone, eppure anche allora tenne la testa alta, ricacciando indietro le lacrime che cercavano di pizzicarle gli occhi. Sorrise.

“In tutte le storie, quando lei ritorna è una donna del tutto diversa, realizzata e sofisticata”.

Scosse il capo e il sorriso divenne un ghigno strafottente, perché lei se ne era andata proprio per non cambiare, per non doversi adeguare al volere di altri, ai pregiudizi, alle convenzioni di un paesino qualunque. Strinse il manico della valigia nera coi profili argentati che si trascinava dietro, con aerografato sul davanti un drago di fuoco, molto simile a una fenice, e la scritta “Fire’s Kiss”; si aggiustò la tracolla della custodia che portava sulla spalla sinistra.

Il viale era costeggiato da ambo i lati da alti alberi di tiglio, che riuscivano a restituire un po’ di ombra e di fresco. Era la metà di giugno, ma per lei faceva già un caldo insopportabile, sentiva la canotta nera appiccicarsi alla pelle e coi jeans non andava certo meglio. Si fermò prima di attraversare la strada, oltre la quale si apriva la zona del centro, coi suoi palazzi non troppo alti e i negozi. Notò un’insegna con la scritta nera che spiccava sullo sfondo di un giallo acceso.

Sciolse la coda per rifarla più alta, in modo che i capelli le sfiorassero appena le spalle. A parte la pelle molto chiara, tutto il resto sembrava decisamente in tinta, ovvero nero.

«Un tattoo shop qui, in centro. Wow, che conquista per questo buco!», mormorò inarcando le sopracciglia. «Approfittiamone».

Attraversò spedita ed entrò sicura, osservando e apprezzando i lavori appesi alle pareti.

«Ciao, posso aiutarti?»

La voce squillante di una ragazza la richiamò e spostò su di lei l’attenzione, piantandole addosso i suoi occhi di ghiaccio in modo da metterla a disagio, con espressione serafica.

«Se fate tatuaggi, sì».

«Certo», le sorrise cordiale, aprendo un’agenda sul banco. «Per quando vorrebbe l’appuntamento?»

«Mhm…», finse di pensarci, picchiettando l’indice sulle labbra increspate, che parevano avere la stessa tonalità di viola delle unghie. «Adesso».

La ragazza la guardò stranita.

«Non credo che sia possibile», ribatté incerta, scorrendo gli appuntamenti del giorno, tormentandosi il labbro. «Se non è un lavoro impegnativo, posso provare a sentire Wolf».

«Grazie», le rispose sfoggiando una faccia d’angelo, un chiaro modo per prendere in giro la povera sfortunata, che doveva avere una ventina di anni, forse meno.

«Ma ci sei, o ti fai?». Sentì una voce maschile roca, dal timbro profondo, alterarsi nella stanza a fianco. «Ti pago per gestire queste cazzate e poter lavorare in pace, per cui provvedi!»

Si spostò con rapidità alle spalle della giovane, senza farsi notare, e le diede un paio di colpetti sulla spalla col dito. L’altra sobbalzò e si voltò di scatto, con aria impaurita e ciò la fece divertire ancora di più.

«Posso?»

La ragazza scosse il capo con insistenza, cercando il modo di spingerla indietro per richiudere la porta.

«Silvia, ormai è qui, ci parlo io», si arrese l’uomo.

«Grazie, Silvia», le disse strizzandole l’occhio e ridacchiando, per poi sfilarle di fianco.

Il tempo di portare lo sguardo sul tatuatore e rimase impietrita, almeno quanto lui.

«Che cazzo ci fai tu qui?», le ringhiò contro dopo almeno un minuto di silenzio, cercando di trattenere l’evidente rabbia serrando la mascella.

Lei non riuscì a rispondere, persa in quegli occhi ambrati, nei lineamenti induriti e marcati da una barba accennata.

«Ti ho chiesto cosa ci fai qui, Dani!», sbottò scattando in piedi per avanzare verso di lei.

Senza accorgersene indietreggiò fino a ritrovarsi con le spalle al muro e lui si fermò a una trentina di centimetri.

«I-io… ecco… io non sapevo…»

«Tu non sapevi cosa? Che il negozio fosse mio, che sono un tatuatore, che sei una fottutissima stronza egoista? Dimmi, cosa non sapevi?»

Le vomitò addosso tutto d’un fiato, serrando i pugni con forza, ma fu proprio il suo fare a indurla a reagire. Staccò il corpo dalla porta e lo fronteggiò occhi negli occhi.

«Non sapevo che il negozio fosse tuo e no, non sapevo che il ragazzo più erudito del paese, figlio di papà, dietro cui sbavavano praticamente tutte le oche di questo posto fosse diventato un tatuatore. Però sì, so di essere una stronza egoista.»

«Sette anni, cazzo, sette! Non hai mai detto una parola, non hai risposto ai messaggi né alle chiamate e, ovviamente, hai cambiato numero». Piantò i pugni sul legno, costringendola a tornare come prima, stavolta intrappolata dalle sue braccia. «Si può sapere cosa cazzo c’entravo io? Io!»

Era lì davanti a lei, lo aveva di nuovo accanto e il cuore dava l’impressione di volerle saltare fuori dal petto. Era troppo vicino, riusciva a scorgere tutti i dettagli rimasti uguali, come la ruga che gli si formava tra gli occhi quando era arrabbiato o pensieroso, gli zigomi pronunciati, il naso affilato, la fossetta sul mento e le labbra dannatamente invitanti. Sentiva il suo respiro caldo e furioso addosso, il suo profumo era diverso e più aggressivo, come tutto in lui. In fondo, aveva vent’anni l’ultima volta che si erano visti e lei diciannove. Le si offuscò la vista, mentre i pensieri le si accalcavano nella testa e continuava a trattenere il fiato, deglutendo a fatica.

«Voglio una risposta», scandì avvicinandosi al suo viso ancora di più.

«Niente».

«Non ho sentito».

«Non c’entravi niente, ok? Ma eri qui, tu eri parte di questo mondo che mi voleva diversa e…»

«Ti ho mai voluta cambiare?», le sibilò contro, come fosse al limite della sopportazione.

Daniela girò leggermente il viso, sfuggendo al suo sguardo.

«Ti dicevo sempre che mi facevi impazzire per come eri, che ti amavo esattamente come eri. Per cui, ripeto, che cazzo c’entravo io?»

«Niente, ma se ti avessi sentito, se non avessi chiuso con te, avrei finito col tornare indietro», ammise a testa bassa.

«Non ti è passato per quella testa bacata che, forse, dico forse, avrei potuto seguirti? Avrei anche potuto aiutarti?»

«Sì».

«Sì, cosa?» le domandò confuso.

«Me lo hai anche scritto, non ti ricordi? Ma lo sapevo ancora prima di partire, ne ero certa, ma non volevo rovinarti la vita. Avevi l’università e tante altre cose qui, oltre a me. Inoltre non volevo aiuto, dovevo farcela da sola. Dimostrare a tutti, a me per prima, che potevo farcela».

A quelle ultime parole alzò di scatto la testa, tuffandosi in un mare dorato di tristezza e malinconia. Non esprimevano più odio e rabbia, ma qualcosa che faceva molto più male.

«Perché devi sempre fare incazzare la gente?», le sussurrò.

«Perché…»

Non poté finire la frase, zittita dalle labbra di lui. Sentì la sua mano passarle dietro il collo e aumentare il contatto tra di loro, finché le loro lingue non si incontrarono di nuovo.

Il tempo sembrava essersi fermato e quel bacio destinato a durare in eterno.

«Perché ti diverte e ti viene naturale», disse, continuando a sfiorarle le labbra e a fissarla negli occhi.

Un sorrisetto sghembo le si dipinse in faccia.

«Già», convenne. Nessuno la conosceva quanto lui, tuttavia non pensava che dopo tutti quegli anni potesse ancora arrivare a finire le frasi al posto suo. A volte sembrava che le leggesse nella mente. «Wolf?»

Si scostò da lei, squadrandola dalla testa ai piedi.

«Non ti piace, o non mi sta bene?»

«Seriamente, tu che ti fai chiamare Wolf? Da Matteo a Wolf ce ne passa», ridacchiò.

Lui non si scompose, inclinò leggermente il capo puntando le mani sui fianchi.

«Ah, ma davvero? E da Daniela a Rid?»

Lo fissò stupita e un po’ sospettosa. Non era così famosa e aveva sempre nascosto il suo vero nome. L’aria compiaciuta di Matteo era irritante, poi lo vide prendere la maglietta, che gli stava piuttosto aderente, e sfilarsela.

«Che fai?»

«Paura che ti salti addosso?»

«No!»

Però non poté evitare di soffermarsi sul suo fisico, sugli addominali ben definiti e sui vari tatuaggi, che sembravano dargli maggior risalto.

«Hai fatto palestra?»

«Ho fatto molte cose, sette anni sono tanti».

Glielo avrebbe rinfacciato per molto, ne era certa, ma almeno le parlava. Si voltò e appoggiò la T-shirt sul lettino, restando fermo, come in attesa. Le ci volle un attimo per accorgersi del tatuaggio sulla schiena: un drago di fuoco col nome della band.

«Allora lo sapevi?» gli chiese dopo essere rimasta per qualche secondo a bocca aperta.

«No, scherzi, me lo sono tatuato per caso».

«Ma…»

«Perché non sono venuto a cercarti? Perché non ti ho fermato a qualcuno dei tuoi concerti a cui sono venuto?»

Si ritrovò di nuovo con le labbra socchiuse, con gran soddisfazione del suo interlocutore.

«Se non mi volevi tra i piedi, non vedevo motivo per venirti a rompere le palle. Però ero contento di vederti, di vedere che stavi bene e, dai, non fa nemmeno tanto schifo la tua musica».

«Ehi!», protestò subito, incrociando le braccia al petto.

«Ti ho odiata per avermi piantato in asso in quel modo, ma allo stesso tempo era più forte la paura».

«Paura?»

Non capiva cosa potesse spaventarlo, per altro non era nel suo modo di fare.

Matteo si appoggiò al lettino e le tese una mano, invitandola a raggiungerlo con gli occhi. La testa e il cuore, come al solito, facevano a pugni e puntavano in due direzioni opposte, perché avrebbero finito col farsi del male. Non aveva intenzione di fermarsi più di qualche giorno e a breve sarebbe iniziato il primo tour ufficiale per il lancio del nuovo CD. Nella totale incoerenza, mentre pensava si era già mossa verso di lui e si ritrovò stretta nel suo abbraccio, che le trasmise le stesse sensazioni d’un tempo, tanto da farle dubitare degli anni trascorsi. Era accogliente e si sentiva protetta, niente e nessuno poteva toccarla o ferirla quando lui la stringeva a sé; tutti i problemi sembravano più piccoli e risolvibili rannicchiata sul suo petto, adesso ancora più di prima.

«Avevo paura per te, ero terrorizzato. Mi svegliavo di notte, avevo spesso incubi in cui ti accadeva qualcosa e io non potevo fare niente. Hai un caratteraccio, saperti da sola chissà dove mi faceva immaginare gli scenari peggiori… e poi sei bella. Pessima abbinata».

«Non ho capito se è un insulto, o un complimento».

«Dani, hai un carattere di merda a volte, ma se fossi stata diversa non avrei perso la testa per te».

Sorrise e, rimanendo immobile, chiuse gli occhi, cullata dal suono della sua voce.

«Avevo chiesto a mio padre di assumere un investigatore per cercarti, in risposta ha congelato i miei fondi».

«Stai scherzando?», esclamò scostando di scatto la testa.

Adesso l’espressione di Matteo era più dolce e simile a quella del ragazzo che aveva lasciato.

«Non scherzo. Sai perché tuo padre si era tanto fissato con la storia di farti cambiare?»

Scosse la testa e notò un tic nervoso, che gli fece contrarre la palpebra. Lo aveva visto su di lui soltanto un paio di volte, quelle in cui era meglio scappare e nascondersi molto bene, se si era la causa.

«Era stato mio padre, cazzo, sempre lui!», alzò la voce, stringendola involontariamente di più. «Gli aveva fatto una sorta di lavaggio del cervello, se ti ricordi tra lavoro e dopo lavoro passavano un sacco di tempo assieme».

«Beh, era il suo capo», sottolineò con un filo di voce.

«Gli aveva fatto intendere che se ti fossi adeguata ai suoi standard, ti avrebbe accettata e gli avrebbe dato anche una promozione. Quando tra te e Giovanni i rapporti sono degenerati, ha cercato di tirarsi indietro, così papà è passato direttamente al ricatto e all’ultimatum per cui te ne sei andata. Si era liberato di te, non mi avrebbe mai aiutato a trovarti».

«Capisco», mormorò con un nodo in gola.

«Davvero? Io no, non capisco. Infatti, quando l’ho scoperto ho buttato all’aria casa, gli ho distrutto la macchina e l’ho mandato a cagare. Non mi sono laureato, ho fatto qualche lavoretto e mi sono ritrovato da un tatuatore, non so bene come», concluse posandole un leggero bacio sui capelli.

«Hai distrutto la macchina di tuo padre?», chiese incredula, dopo aver assimilato il racconto.

«Un lavoretto coi fiocchi, ti sarebbe piaciuto!»

Sollevò gli occhi e cercò i suoi in cui specchiarsi.

«Avete fatto pace?»

«Starai scherzando! Per cercare di farmi tornare da lui, ha sbloccato i miei conti, ma gli ho detto in faccia di starmi lontano il più possibile e di pregare non ti accadesse nulla, altrimenti lo avrei ammazzato con le mie mani». Il tono di Matteo si era fatto duro e minaccioso, per cui si morse la lingua. «Poi ti ho beccata per puro caso in un locale, dopo una convention. Eravate ancora sconosciuti, eppure eri un uragano dietro al microfono. Ero felice e incazzato, mi sono quasi sentito male e penso di aver rischiato l’infarto. Mi son messo a bere per decidere cosa dirti e, alla fine, non ho fatto niente. Stavi bene, io stavo da cani, ma andava bene lo stesso, perché sembravi felice».

«Mi dispiace», mormorò e lui sollevò un sopracciglio.

«Non ho sentito.»

Inspirò a fondo e ripeté le sue scuse, sapendo che era il suo modo di farle scontare la pena.

Restarono abbracciati a baciarsi per una decina di minuti e, in modo del tutto inatteso, fu proprio Matteo a fermarsi prima di perdere il controllo.

«Ho un appuntamento tra meno di dieci minuti», le disse ansimando per giustificarsi. «Non mi bastano. Per iniziare voglio almeno una notte intera con te, solo con te».

Di nuovo gli occhi le si riempirono di lacrime, che cercò di scacciare, ma stavolta non era rabbia, bensì gioia. Come poteva volerla ancora? Credeva di averlo perso, se ne era fatta una ragione. Si ricordò che, però, lui non sapeva nulla di ciò che aveva fatto prima di arrivare a realizzare il suo sogno. Forse lo avrebbe perso, ma non ora.

«Stanotte», gli sussurrò.

«Sei mia?» le domandò, prendendole il mento e carezzandole il profilo col pollice.

Annuì.

«Solo mia?»

«Come i lupi».

Non appena pronunciò quelle parole, le balenò nella mente un pensiero e socchiuse un po’ le palpebre. Era una risposta che si scambiavano spesso, il loro modo di esprimere l’amore che li legava, che sentivano essere unico e ineguagliabile. Lui le regalò un sorrisetto beffardo, come sapesse con esattezza a cosa stava pensando. Si chinò su di lei e le morse piano l’orecchio.

«Allora, mi sta bene il nome?». Le sue labbra si tesero nell’ennesimo sorriso, che divenne una lunga e lenta scia di baci sparsi sul collo, non appena Daniela sospirò un . «Ehi, ma tu non eri venuta per un tatuaggio?»

«Te ne sei ricordato adesso?»

«Sì».

Scoppiò a ridere, mentre Matteo controllò l’ora.

«E cosa vuoi tatuarti?»

«Sono indecisa», disse mettendo il broncio e facendo gli occhioni da cucciola. «Potrei scrivermi ‘Mr. Righini will die’…» lasciò la frase sospesa, godendosi la risatina di Matteo, nonostante si parlasse di suo padre.

Lui si zittì non appena si sfilò la canottiera senza preavviso, esibendo il reggiseno di pizzo, che ne calamitò gli occhi tra i seni. Lì, infatti, aveva un tatuaggio particolare, di quelli che non era facile vedere per come era solita vestirsi: due lupi che si guardavano sotto la luna. Accanto a quello nero compariva la scritta Rid.

«Penso che opterò per la seconda opzione. Appena puoi, vorrei che mi scrivessi Wolf», chiarì, indicando il lupo bianco posto in corrispondenza del cuore.

Matteo si scostò, raggiunse la porta e la aprì, spiazzandola.

«Silvia?», chiamò con tono deciso. «Ehi, sveglia! Quando arriva Ale, digli di aspettare un attimo, poi mi farò perdonare».

La ragazza sgranò gli occhi, fissandolo a petto nudo, ciononostante lui non parve darvi alcun peso.

Tornò al tavolo e preparò il materiale.

«Sdraiati, arrivo subito».

«Ma non hai un appuntamento già fissato?»

Le scoccò un’occhiata carica di malizia e qualcos’altro, che non riuscì a decifrare. La raggiunse e un attimo prima di accendere la macchinetta, lasciò correre gli occhi sul suo corpo.

«Farei aspettare anche la Morte in persona, se si tratta di mettere il mio nome sul tuo cuore».

«Non sai niente di me, ti ferirò ancora».

«Stai buona e cerca di stare ferma, tanto preferisco stare male di nuovo per te, se in cambio posso averti vicino».

«Come i lupi?»

«Per sempre, ma vedi di tenerlo a mente stavolta. Per sempre».

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