Dztober: la challenge di ottobre targata Dark Zone

Ebbene sì, la Dark Zone ha lanciato una challenge sui social, aperta a tutti: la Dztober (#Dztober). Per tutto il mese di ottobre, un tema al giorno con cui sbizzarrirsi in modo creativo e artistico.

Dztober calendario

Io, ovviamente, ho scelto di scrivere.

Spronata dai membri del mio Gruppo Telegram, ho deciso di raccogliere queste brevi improvvisazioni qui, così da tenerne traccia. Di solito non sono brava con le challenge, più sono lunghe e più aumenta la possibilità che abbandoni. Riuscirò ad arrivare alla fine?

Scoprilo con me!

1. Fiamme
Dztober Fiamme

Chiudo gli e abbandono indietro la testa. L’aria fresca della notte è satura, la cenere si appiccica sulla pelle umida. Odore di bruciato, il più bello che abbia mai invaso le mie narici fino ad ora.

La mano formicola ancora.

Riporto l’attenzione di fronte a me. Le fiamme mordono feroci l’aria, si inerpicano prepotenti verso il cielo. Il fumo oscura le stelle.

«Ti stai divertendo?»

La voce ingenua e vivace alle mie spalle mi ricordò di Dife. «Sì.»

«Sei felice?»

Mi voltai verso di lei. Quel viso da bambina e i capelli di fuoco erano una visione idilliaca. Non ho ancora capito perché abbia scelto me tra tanti, ma non la ringrazierò mai abbastanza.

L’istituto di cura brucia alle mie spalle. Chi ho odiato è cenere. Sollevo la mano, il cuore aumenta i battiti e il calore inondano le vene. Il palmo solletica. La fiamma prende vita e danza sulle mie dita.

«Allora, sei felice?»

«Sì.»

2. Luna
Luna

Foglie umide. Terra fredda. I piedi si muovono senza sosta, guidati da una forza estranea, eppure così familiare. Il cuore batte forte, pulsa nelle tempie, artiglia la gola.

Cosa faccio qui?

Pietre affilate. Rami appuntiti. Il dolore è sempre più intenso, fitte acute arrivano diritte al cervello, che vorrebbe gridare. Io vorrei gridare, ma non ci riesco. Sono affamata d’aria.

Dove sto andando?

Sbuco in una radura. Qualcosa graffia feroce lo stomaco, il petto e risale la gola, lenta. Gli alberi si stanno spogliando della vita e disegnano forme intricate, macchie nere che si stagliano sul cielo scuro.

Una miriade di stelle. La Luna.

Un ululato squarcia il silenzio. La natura mi libera dall’inganno e dalle catene. Sangue. Il mio sangue.

Sorrido.

Mi spoglio della morte sotto lo sguardo di quella madre, che mi osserva trepidante col suo riflesso argenteo. Tendo la mano. Le dita tremano. Un rumore secco e un dolore lancinante. Mi manca il respiro.

La morte cede il posto alla vita.

Un ululato è il mio primo vagito.

3. Sangue
Sangue

Poso le carte sul tavolo e le dispongo a ventaglio. Un arco nero che solo alla fine svela il pentacolo dorato trafitto da un pugnale. «Pesca una carta.»

«Perché?»

Gli occhi di Gaia sono tutti per me, non le interessa giocare. «Il tuo futuro è scritto in questi Arcani.»

Sorride. Ingenua creatura, così tenera nella sua gioventù effimera.

La mano si tende, le dita sfiorano le carte e incerte vagano. Infine, eccola. Sembra guidata da un istinto primordiale, quanto il mio. La prende e la solleva.

«È—»

«Aspetta.» Mi alzo e in un battito di ciglia le sono alle spalle. Sussulta. Mi chino sul suo orecchio. «Il Diavolo.»

«Sì» sospira, col mia respiro sul collo.

Le labbra l’accarezzano e un tremito la scuote. Il gelo della morte ha sempre questo effetto. Il suo cuore è un suono ossessivo che riecheggia in ogni fibra del mio essere. «Conosci il Diavolo?»

«Sì…»

«Cos’è il Diavolo?»

«Tentazione.»

La lingua saggia il sapore della vita e Gaia abbandona indietro il capo, offrendosi al predatore che freme in me.

Sorride maliziosa, la preda.

La mia mano pesca una carta e la volta. Non ho bisogno di guardarla e Gaia è già mia.

I denti affondano nella carne e il sangue inonda la mia bocca come il più dolce dei vini, speziato con un retrogusto floreale. La piccola preda si irrigidisce, i suoi muscoli si tendono, vorrebbero scattare e fuggire, ma la sua mente è soggiogata dalla mia malia. Calda, la sua linfa scivola lungo la gola e la morte diviene piacere anche per lei. Le membra si rilassano. La carta scivola via dalle sue dita e ritorna sul tavolo.

Sorso dopo sorso appago la fame.

Era bella, Gaia, coi capelli sbarazzini e indomabili, cioccolato fondente come i suoi occhi carichi di vita. Ma il destino l’ha messa sulla mia strada. Era viva, Gaia.

Lecco le ultime gocce scarlatte dal corpo esanime. Lo sostengo e poso la Morte sul Diavolo. Una croce perfetta e su essa adagio il viso dell’ennesima vittima.

«No» sorrido. «Sono inganno.»

4. Catene
Dztober Catene

Desiderio. Catene che squarciano l’anima, ferite che grondano il bisogno di averti, di sentire le tue mani sul corpo, la tua pelle sulla mia.

Mai davvero tua.

«Mia per sempre.»

Oltre il tempo, la ragione e il dolore. Mi aggrappo a queste catene, per il bisogno di stille di vita che avida succhio da attimi rubati.

Mai davvero mio.

«Solo tuo.»

Desiderio e bisogno sono le catene che voglio, perché nel tuo respiro sono libera, nei tuoi occhi prendo forma e nel tuo piacere torno a vivere.

Senza futuro.

«Vivi per me.»

5. Cristallo
Cristallo

Seguii distrattamente la vecchia uscire e lasciar socchiusa la porta. Radunai i Tarocchi, impilai con attenzione le carte e le allineai al bordo del tavolo. Lisciai la seta blu, per togliere le piccole increspature rimaste. Udii lo scatto sordo della serratura e un brivido mi risalì la schiena.

Sollevai gli occhi.

Il gelo mi attanagliò il corpo. Non era una sensazione nuova, ma era sopraggiunta d’improvviso e senza motivo. La donna che mi stava di fronte era nel fiore degli anni, gliene avrei dati un paio più di me. Trenta a voler essere cattive, per l’invidia di quel corpo dalle forme provocanti, la pelle liscia e candida del viso, su cui spiccavano le labbra rosse e gli occhi ambrati, resi ancor più vibranti dalla luce calda e soffusa della stanza.

«Buongiorno.» Mi rivolse un sorriso tagliente.

Mi ridestai. Per quanto l’avevo fissata?

«Buongiorno.» Spostai gli occhi alla sedia. «Prego, si accomodi.» Attesi e continuai a studiare ogni sua mossa, ogni dettaglio, ogni minima espressione del volto. Faceva parte del mio lavoro, in fondo. «Come posso aiutarla?»

Puntò l’indice verso il mio petto. Le unghie lunghe e laccate di nero davano l’impressione di essere artigli affilati. D’istinto, coprii il cristallo di rocca che portavo al collo, regalo di nonna.

Ero restia a usarlo coi clienti. «Vuole un consulto col pendolo?»

«Esatto.»

Non potevo tirarmi indietro. Lo sfilai e la invitai a porgermi la mano, che accolsi nella mia.

Respirai a fondo.

Con la destra sollevai la catenina d’argento e lasciai penzolare un istante il quarzo, respirando a fondo. Lo spostai sopra il suo palmo e chiusi gli occhi. Gli impressi un movimento orario, focalizzandomi sul “sì”, programmai il “no” con la rotazione contraria. Attesi si fermasse e lo feci oscillare avanti e indietro, “sì”. Da destra a sinistra, “no”.

Riaprii gli occhi. I suoi mi stavano scrutando con intensità tale da mettermi a disagio. Ero solo un fenomeno da baraccone.

«Tre domande.»

Solo tre. Non voglio rischiare, non voglio connessioni e neppure trance. Tre.

«La morte è qui?»

Domanda tipica di aveva problemi di salute. Eppure, nella sua voce profonda e melodiosa non c’era dubbio, paura o incertezza.

Mi concentrai. Nella mente ripetei la richiesta come fosse un mantra. Il pendolo oscillò appena, poi prese a disegnare cerchi in senso orario.

Dannazione! Detestavo dover dare certe notizie e da quella donna non sapevo che reazione aspettarmi.

Incrociai il suo sguardo. «Sì.»

Non batté ciglio.

«La magia esiste davvero?»

Che razza di domanda era? Forse mi stava prendendo in giro.

Era impenetrabile, non riuscivo a leggere le sue emozioni, non nel modo canonico. Il corpo rilassato e immobile, come strappato al marmo dallo scalpello d’un artista sublime e dimentico dell’anima. Pietra fredda, bellissima e immutabile.

La magia esiste? Certo, ma non la si deve mostrare. La si deve nascondere, camuffare da illusione. Sempre.

Negare.

Il pendolo si mosse prima che io lo consultassi, emulando il movimento di poc’anzi. Se avessi dato una risposta differente, avrebbe capito che mentivo.

«Sì» ammisi a bassa voce.

Le sue labbra si tessero, rompendo la sospensione della sua figura. Inclinò il capo ed esibì tutto il suo compiacimento.

«Chi sarà la prossima strega?»

«Prossima?»

Il cristallo vibrò. Gli occhi esitarono un attimo su di lei, poi lo cercarono. Cosa stava succedendo?

Il pendolo puntò il mio cuore.

Immobile.

6. Maschera
Maschere

Sorrisi e parole,

maschere di perfezione

che s’infrangono in occhi spenti.

Disperazioni silenziose

che strisciano nell’anima

e danzano sgraziate

nella macabra festa dell’ipocrisia.

Lacrime e dolore,

verità imperfette

che s’annidano in occhi spenti.

7. Lupo mannaro
Foto di jjfgg da Pixabay

«Allora, il lupo mannaro si trasforma involontariamente con la luna piena e il licantropo no?»

«Si trasforma se c’ha voglia.»

«Perché?»

«Perché perché… È così e basta.»

«A me pare una cazzata.»

«E tu sei un cazzone!»

«Oh, dai, sta’ calmo. Si parla solo di fantasy, mica devi offendere.»

«…»

«E si uccidono con l’argento.»

«No, gli piglia un colpo con Dario Argento.»

«Eh?»

«L’argento è veleno per i lupi mannari, i licantropi se ne sbattono.»

«Quindi, se gli sparo un proiettile d’argento non gli fa niente?»

«Il problema non è l’argento, ma il proiettile! Non sono Superman e non hanno la tuta di Stark… nemmeno i suoi soldi, purtroppo.»

«Ah, okay. Ho capito.»

«Seh!»

«Ma perché non gli fa niente l’argento?»

«Eccallà! Te pareva? Prova a ragionare. L’argento è velenoso per gli esseri umani?»

«No.»

«Per i lupi?»

«No.»

«E allora perché dovrebbe esserlo per i licantropi che sono una razza ibrida?»

«Aaahn. Capito. E l’acqua santa?»

«Ma che c’entra? Quella è per i vampiri!»

«Ma non sono imparentati?»

«Imparentati un corno! Guarda meno film.»

«E se ti mordono, ti infettano e ti trasformi.»

«Te fanno male! O meglio, il lupo mannaro ti infetta, il licantropo ti fa male.»

«Allora come si diventa licantropi?»

«Razza, sono una razza!»

«Quindi?»

«Genetica! Ci si nasce, non mi pare così difficile da capire.»

«A me sembra una cazzata.»

«Cosa?»

«Questa del morso… della razza… Ahi! Che cazzo fai, perché mi hai morsicato?»

«Stanotte c’è la luna piena.»

8. Strega
strega

«Fermati, strega!»

Non era ancora abbastanza vicina. Doveva raggiungere la piccola radura nel cuore del bosco.

«Fermati!»

Mancava poco. Il cuore le stava per scoppiare, non aveva più fiato.

«Non puoi scappare!»

Non voleva scappare, ma lo avrebbero compreso tardi. Si voltò per accertarsi della distanza che la separava dagli inseguitori e inciampo. Cadde a terra e sorrise. Era arrivata.

Si rialzò ansimante, i polmoni e la gola bruciavano. Attese i due uomini armati di bastoni e coltelli, che si portavano appresso le catene da cui si era liberata. Anche loro col fiato corto, rallentarono e la fissavano come cacciagione succulente e già spacciata.

Dieci passi.

Si concentrò sul respiro e sul battito del cuore, che le rimbombava nelle orecchie.

«Avanti, ragazzina. Ci hai fatto perdere un sacco di tempo.» Il diacono avanzava davanti al cacciatore, convinto di non dover temere nulla. «Non vorrai far attendere il vescovo, vero? È l’ora di espiare i tuoi peccati.»

«Piuttosto la morte.»

«Bene!» Il cacciatore aprì un ghigno sinistro sul volto butterato.

Il diacono gli fece eco. «Allora, penseremo noi a castigarti e a mandarti all’Inferno… strega.»

Cinque passi.

Il respiro era tornato sotto controllo e anche il cuore aveva ripreso un battito regolare.

«Non vedo differenza tra espiazione, castigo e morte. Siete solo degli ipocriti. Bugiardi! E pagherete tutti. Tutti.»

Tre passi.

Con un movimento sinuoso alzò il braccio e lo tese, sollevò il palmo verso gli inseguitori. Socchiuse gli occhi e inspirò a fondo.

Spalancò le palpebre.

Il diacono indietreggiò di colpo alla vista delle iridi rosse come fiamma viva.

«Espiazione.» La voce che le uscì dalla bocca, bassa e profonda, vibrò nella radura quasi la terra stessa avesse sussurrato quella parola.

Le foglie si agitarono sotto il fremito dei rami e l’ossigeno attorno ai tre si condensò sul palmo della strega, per essere bruciato dalla sua energia.

I due uomini boccheggiarono.

«Castigo.» Fu un sibilo che fendette l’aria.

Un’onda invisibile investì gli inseguitori. Sputarono sangue e si accasciarono. Le sclere bianche si tinsero di rosso.

«Il mio nome è Viviana, non strega e nemmeno puttana. Viviana» disse risoluta, avvicinandosi con la fronte segnata dalla furia. «Morte» e chiuse il pugno.

I corpi ai suoi sussultarono in preda alle convulsioni e restò a guardarli, impassibile, fino all’ultimo.

Sollevò il viso e guardo il cielo tinto dai colori del tramonto. «Puoi anche farti vedere, adesso.»

Le foglie secche vennero catturate da un turbinio di vento, che le sollevò alle spalle di Viviana. Un mulinello autunnale sempre più grande, che si levò sparendo verso il cielo. Al suo posto, una figura slanciata, coperta da un lungo mantello rosso scuro.

Si girò e fermò l’attenzione in direzione del volto, dove poteva scorgere solo ombra e oscurità. «Grazie, per l’aiuto.»

Al tono sprezzante e sarcastico, la testa della figura si inclinò da un lato. «Ne avevi forse bisogno?»

«Certo che no.»

«Di cosa mi stai accusando, dunque?»

«Di essere un guardone.»

Una risata cristallina e fredda si levò improvvisa. «Ti piace pensarlo, Viviana?»

«Non importa.» Guardò oltre, verso il luogo da cui era giunta. «È tutto pronto?»

«Come promesso. Ogni scambio va onorato.»

Viviana tese le labbra con soddisfazione. «È tempo di giustizia.»

9. Regina
Regina

In questi giorni la sua tristezza è mutata. La vedo così pensierosa, quando passeggia nel bosco.

«Mia Regina…» Non si volta, continua a darmi le spalle. Eppure, posso immaginare i suoi occhi cristallini puntati in avanti, in attesa. «Eravate felice non molto tempo fa. Cosa vi turba?»

Le spalle scattano e si irrigidiscono. Sospira e il suo corpo si rilassa. Vorrei solo poterla aiutare, alleviare il peso che la sta opprimendo.

«La natura soffre.»

Mi concede poche parole, che sono l’espressione della sua ragion di vita. «Da molto.»

«Esatto, da molto. L’ho sentita tornare a respirare, levare il capo per mostrare la sua meraviglia ed ero felice.»

E bellissima, mia Signora.

«Poi, è tornata a soffocare.» Porta una mano al petto, la voce s’incrina e lo so che ciò le provoca un dolore fisico. «Forse ho sbagliato.»

«Voi?»

«Non sono perfetta.»

«Ma siete troppo dura con voi stessa.» Il suo unico errore è la bontà, ma può essere incolpata per questo? «È questo a crucciarvi tanto?»

Mi ritrovo a fissare i suoi occhi, gemme fresche di primavera. Il verde più brillante e tenero che abbia mia scorto. Puro.

«Non è l’errore o l’imperfezione.» Il suo sguardo si sposta sul mio fianco e la mano scatta sull’elsa, oggetto della sua attenzione. «È il rimedio necessario, l’unico che mi resta.»

La sua determinazione divine impietosa. La spada della giustizia non deve conoscere esitazione alcuna. Porto un ginocchio a terra e chino il capo.

«Al vostro servizio, sempre. Ordinate e muoverò il vento del cambiamento.»

«E io donerò il fuoco della distruzione, affinché tutto possa rinascere. Ancora.»

15. Fantasma

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Fantasma

Oggi c’è il sole, è davvero una bella giornata. Il rumore di uno scooter in lontananza mi costringe a distogliere l’attenzione dal cielo. Mi volto. Marta sta rovistando nell’armadio. «Cosa cerchi?»

«Mi serve la borsa turchese.»

«La mia?»

«Eddai, non mi farai storie proprio adesso!»

No, ma non c’è più quella borsa. Sospiro. «L’ho dimenticata non so dove.»

Sbuffa e si rassegna. Arriccia le labbra e mi fissa.

«C’è qualcosa che non va?» corruga la fronte.

Scuoto la testa. «Senti… ma tu ci credi ai fantasmi?»

Scoppia a ridere. «Che domanda è? No che non ci credo.»

Il campanello. Marta spalanca gli occhi.

«È già qui?»

«Sei tu ad essere in ritardo» sorrido. «Come sempre.»

«Scappo! Ci vediamo dopo.»

La guardo correre incontro a Stefano, che l’abbraccia, la stringe. Lo faceva anche con me. Solleva lo sguardo. Che mi stia cercando, in fondo?

«Dovresti andare.»

Stringo le labbra. «Come può non averlo ancora capito?»

«Tua sorella sa che sei morta, solo che non riesce ad accettarlo.»

«Non posso andarmene così…»

«Devi. Restando come un fantasma le fai più male.»

Scuoto la testa. Non lo voglio stare ad ascoltare ancora. Non posso lasciarla da sola, senza che mi saluti davvero. Mi dice sempre “A dopo” e non posso… non posso non farmi trovare qui.

«A dopo, sorellina.»

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