Il figlio di Aton

Fece scorrere le mani lungo la sua schiena, i pollici saggiarono il profilo delle sue vertebre partendo dalla cervicale, lentamente, gustandone con cura ogni curva attraverso la carne, nella consistenza delle fasce muscolari, e la pelle morbida che ora profumava di olio, lavanda e limone. Era proprio quell’essenza di lavanda che si mescolava alla calda luce soffusa delle lampade di sale a dare a Sonia un senso di tranquillità, consentendole così di rilassarsi, almeno fino a quando lui non arrivò all’altezza dei reni. Il corpo della ragazza si irrigidì, facendole inarcare leggermente la schiena e Samuele si fermò in quel punto esattamente quando un gemito sommesso e stretto tra i denti le sfuggì.

«Lì fa male», sottolineò Sonia con un sorrisetto tirato.

«Me ne sono accorto», le rispose tranquillo e impassibile, aumentando però la pressione sui nervi.

Sonia trattenne il respiro un istante emettendo uno mugolio come espressione del dolore, per il quale stringeva i pugni quasi conficcandosi le unghie perfette nei palmi. L’inespressività di Samuele fu spezzata da una luccichio nei suoi occhi nocciola, che pareva un sorriso compiaciuto e affamato allo stesso tempo.

«Puoi sistemarmi?» gli domandò, quando finalmente le dette tregua.

«Certo, ma ho come l’impressione che tu lo faccia apposta a ridurti così per passare sempre più di frequente».

Sonia divenne rossa come un peperone, balbettando scuse incomprensibili quanto false, e sapeva bene quanto fossero inutili, eppure non riusciva a farne a meno, proprio come non riusciva a fermarsi. Samuele si chinò, senza staccare le mani dalla sua pelle, fino quasi a sfiorarle l’orecchio con le labbra.

«Sonia», bastò questo a zittirla, restituendo alla piccola stanza il silenzio per qualche secondo. «Cosa vuoi davvero?».

Lei si morse il labbro inferiore, mentre il caldo e umido profumo di lavanda, ora, la stordiva, mescolandosi a quello di pino e cedro che lui aveva addosso.

Samuele riprese a premere il punto dolente, non per riportare in sede i nervi, ma solo per il piacere di farle male, di sentire quel corpo fragile agitarsi sotto di lui, accompagnato da quel canto melodioso di lamenti, strozzati nel tentativo di mostrarsi forte.

«Voglio te», riuscì a sospirare tra un’apnea e l’altra.

«Questo è tutto quello che ti posso concedere», disse atono, ma con occhi che sembravano pronti a divorare la preda.

Di nuovo, alternò il dolore al piacere che le sue mani erano in grado di regalarle: una carezza calda che sembrava arrivare diritta all’anima facendola fremere.

«Sei sadico, ti diverti a torturarmi», si lamentò lei. «Sai che vorrei più di un massaggio…»

Le mani di lui scivolarono lungo la sua schiena, seguendo le ali scapolari fino alle spalle, che d’improvviso le inchiodò al lettino.

«Amo il tuo dolore e il tuo piacere, Sonia, amo farti godere e farti piangere. Mi eccita la tua voce che chiede di più, ma nulla è pari al sentirti dire che vuoi me, pur conoscendo già la risposta», le sussurrò, baciandole infine il collo alla base della nuca.

«Perché?»

La voce di Sonia trasudava rabbia, delusione e desiderio. Nonostante tutto, era diventato la sua droga in una manciata di mesi.

«Perché, quando sarà, conoscerai la paura e sarai solo mia, in tutto e per tutto», le disse scendendo per l’ennesima volta la sua schiena, stavolta però fino ai glutei, che strinse un istante.

«Io voglio essere tua e non ho paura!»

«Vuoi essere mia davvero? Mia per sempre?»

«Sì che lo voglio!» ribatté con decisione, sollevandosi il necessario per voltare la testa e cercarlo con gli occhi, cristallini e impetuosi come un mare un tempesta, a far da eco ai corti capelli corvini accuratamente spettinati.

Samuele si allontanò d’un passo, concedendole di puntellare i gomiti sul lettino per poterlo guardare e lei finì per soffermarsi sul suo petto, definito in quell’incarnato simile a porcellana finissima, che avrebbe persino pagato per poter toccare almeno una volta… una soltanto.

«Sonia», ne richiamò l’attenzione, «allora dillo. Dimmi che vuoi essere mia, anima e corpo». Esibì un sorriso affilato su cui passò la lingua, mentre le luci delle lampade tremolarono appena affievolendosi.

«Voglio essere tua, anima e corpo».

La stanza si fece più buia, lentamente, parola dopo parola, come se l’oscurità prevalesse sulla luce, assorbendola.

Samuele si avvicinò e le cinse il collo con la mano, per accompagnarla a sé.

«Toccami, adesso. Tocca ciò che è perfetto ed eterno».

Il corpo di Samuele era una calamita, alimentata dalla sua voce bassa e corposa, che finalmente le dita di Sonia potevano sfiorare; sotto il suo tocco la pelle diveniva ancor più fredda e candida fino quasi a risplendere, gettando il resto della camera in un buio denso e palpabile, che iniziò a danzare attorno a loro, mormorante. Sonia schiuse appena le labbra nello stupore e lui la trasse a sé, portandola sedere.

«Tu hai scelto». Scandì ogni singola parola, portando la bocca a sfiorare quella di lei.

«Sì», convenne con un filo di voce.

«Tu hai parlato».

Stavolta Sonia annuì soltanto, con una strana sensazione allo stomaco e tutto in lei gridava, smaniava per un suo bacio.

«Ora sei d’un figlio di Aton».

Il sorriso di Samuele fu come l’irrompere del sole d’agosto in piena notte, accecante e bruciante, che la colse con forza per appagare quel desiderio.

Sonia non vedeva più nulla, sentiva la pelle e le labbra bruciare al contatto con lui, eppure non era ancora sazia. Le prese il viso tra le mani e soltanto in quell’istante si accorse che il buio sembrava strisciarle addosso in modo inquietante. Il suo cuore accelerò e il fiato le si fece corto.

«Chi sei?» gli chiese con ansia crescente.

«Il tuo angelo», le rispose sensuale, serrando la presa fatale, come il bacio con cui ne soffocò il grido di terrore.

Non era più una sensazione. Il buio era vivo e fatto di mani che la cercavano, stringevano, graffiavano.

Samuele era tanto luce accecante che spaventoso buio e parlava sul serio, non per metafore. L’avrebbe dilaniata lentamente, un pezzetto alla volta, assieme alla paura e al dolore, regalandole però attimi di pura estasi. Si sarebbe nutrito della sua anima fino ad assimilarla, in una perversa unione mistica.

«Mia», sentenziò.

Ombra

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