Il Serpente e il Drago

Il giorno sembra scivolare via veloce, mentre il cielo abbandona i colori caldi del tramonto per concedersi alla notte. Senza fretta sfilo lungo il viale ancora affollato, osservando gli sguardi di stupore dei bambini davanti a bancarelle zeppe di dolciumi e calze già confezionate, con la Befana a cavallo della sua scopa. Una brezza gelida mi colpisce, simile a uno schiaffo in pieno viso, ricordandomi che avrei dovuto mettere una sciarpa e, magari, vestirmi con qualcosa di più pesante, invece di farmi trascinare in centro da Luca. Erano anni che non ci sentivamo più e si è presentato davanti alla mia porta con naturalezza e una sfrontatezza irritante; eppure, quegli occhi sono esattamente come li ricordavo.

D’improvviso mi ritrovo con in testa un cappello a punta non richiesto, non voluto. Mi volto con uno scatto stizzito e Luca mi fissa sogghignando, scuotendo un piccolo barattolo di vetro ambrato, scuro, con un liquido denso che si agita al suo interno.

«Eccolo qui, come promesso».

Affilo lo sguardo, socchiudendo le palpebre, sempre più convinta di essere caduta in una ragnatela pericolosa.

«Come diamine hai fatto a trovarlo in così poco tempo?» gli domando diretta, allungando la mano per verificare il contenuto di cui si vanta.

«Ho i miei metodi», ribatte con tono caldo e profondo.

Apro il barattolo e ne inspiro l’odore pungente: non c’è dubbio sulla sua autenticità.

«Altro che metodi, non mi incanti. Tu avevi programmato tutto, anche se non ne capisco il motivo».

«Beh, è uno scambio, non ci vedo nulla di strano e poi… Quando voglio qualcosa sono disposto a tutto».

Richiudo con cura il vasetto e lo infilo nella borsa, senza perdere di vista l’uomo che ha preso il posto del mio compagno di giochi dell’asilo. Era un bambino esile, timido e insicuro, di cui sembrano essere rimasti solo gli occhi.

«Tutto questo per vedere il marchio? Mi sembra un tantino esagerato, ma se a te sta bene così, io ci guadagno e basta», sottolineo con un’alzata di spalle.

Luca annulla la distanza tra di noi e per un istante mi manca il fiato.

«La curiosità di un bambino che ha aspettato più di vent’anni per realizzare quel sogno. Mi avevi promesso già allora che me lo avresti mostrato, mentre guardavamo le figure di un libro di favole», mi sussurra con la bocca a pochi centimetri dalla mia.

Glielo avevo promesso, tuttavia, al tempo mi era impossibile farlo, giacché non avevo ancora ricevuto l’iniziazione. Lo fisso e lascio che emerga lo Spirito da cui traggo potere, manifestandolo attraverso gli occhi.

«Gli occhi del Drago», mormora posandomi le mani sui fianchi. «Sapevo che non mi avevi mentito».

Nel suo sguardo balugina una scintilla di fuoco, avida e affamata, che sembra risuonarmi dentro, finché non sento una folata calda, odore di legna e resina, grida festanti. Nella mia mente prende il sopravvento un’immagine, un ricordo che mi impietrisce. Senza alcuna esitazione e con un moto di soddisfazione, Luca mi gira, sicché possa ammirare il falò acceso nella piazza, stringendomi a sé con forza.

«Guarda, bruciano l’anno vecchio e sperano nella benevolenza di quello nuovo».

Le sue labbra si muovono sfiorandomi l’orecchio, sensuale nel suo respiro caldo, in mezzo al freddo dell’inverno.

«Lo so».

«Allora cosa non va? Dimmi cosa non ti piace».

«Hanno bruciato ben altro allo stesso modo».

Odio questa festa, odio il falò dove bruciano la Vecchia ed è così da quando ero bambina; nonostante conosca a menadito ogni simbologia, non riesco a sopportare quest’immagine.

«Hanno bruciato anche te, giusto?»

Alla sua domanda restituisco solo un cenno d’assenso, inspirando a fondo e sentendo le sue mani allentare la presa, arrivando a svelare un abbraccio dolce e protettivo. Strano, quando eravamo piccoli ero io a difenderlo da tutti, ora è lui a farmi sentire al sicuro. Mi sento confusa e spaesata, non riesco a capirlo, eppure non lo percepisco come una minaccia. Sono una falena intrappolata nella tela del ragno, felice di essere così vicina alla luce che vede brillare.

«Se non ti piace, vediamo di cancellarlo», sentenzia con fermezza. «Hregg-viðri!»

Qualche goccia inizia a cadere dal cielo, nel quale si addensano nubi pesanti in pochi istanti. Le sento sul viso come fossero lacrime. La gente scappa, si disperde, cerca un riparo dalla pioggia scrosciante che si riversa su di noi, spegnendo quel falò e lasciandoci soli nel viale centrale. Non riesco a trattenermi e scoppio a ridere di gusto, con una strana e insensata euforia che non riesco a frenare, mentre cerco di nuovo la faccia di Luca.

«Direi che possiamo cominciare da questo, non trovi?» mi dice soddisfatto, col suo sorrisetto sghembo, al quale immagino dovrò abituarmi.

«E dove vorresti finire, dopo un inizio così?» gli chiedo appoggiandomi al suo petto. Resto ad ammirarei suoi lineamenti affilati e decisi, incorniciati da capelli corvini appiccicati alla pelle chiara, rendendomi conto solo ora di quanto sia dannatamente bello.

No, non siamo più bambini, ma forse non aspettavamo altro che crescere.

«A letto, ovviamente».

«Ovviamente», convengo con lui, mordendogli il labbro.

Un Serpente che tesse come un ragno e un Drago ingenuo come una bambina: temo che l’esito fosse scontato. Mi abbandono al suo bacio, alla passione che avevo scorto nei suoi occhi, sempre più certa che mi farò male.

«Dimmi che sei felice di rivedermi».

«Lo sono», ammetto imbarazzata.

«Grazie».

«Di cosa?»

«Di esistere». Il suo sorriso stavolta ha una nota malinconica che mi spiazza.

«Sei cambiato».

«Se volevo proteggerti, non avevo altra scelta».

Le sue parole arrivano come un pugno, un peso di cui dovrei farmi carico, ma che mi spaventano. Dov’è finito quel bambino?

«Sarebbe colpa mia?»

«No, non mi risulta tu mi abbia chiesto nulla».

Ormai siamo bagnati fradici, le bancarelle hanno chiuso i battenti e lui ha creato il deserto con una sola parola. Schiudo le labbra per parlare, tuttavia, non me ne lascia il tempo, tornando a sfoggiare la sua espressione sicura e strafottente.

«Ti amo». Sgrano gli occhi, scuotendo appena la testa e Luca mi afferra il viso, trattenendolo. «A ogni costo, con ogni mezzo, non mi importa altro. Tutto ciò che voglio sei tu, però non sono certo che tu ci abbia guadagnato. Sono un tipo impegnativo».

«Vorrai dire uno Stregone impegnativo».

«Non cambia molto».

«Hai ragione, perché io sono una Strega lunatica e capricciosa».

«Non ci resta che vedere come andrà a finire», replica facendo scorrere la lingua lungo il mio collo, baciandolo di tanto in tanto.

«Sarà un gran casino», sospiro chiudendo gli occhi.

«Probabile. Per cui godiamoci il momento e torniamo a casa tua. Quando saremo meno affamati, mi spiegherai a cosa ti serve quel sangue».

«E tu mi spiegherai come facevi a sapere che mi serviva?»

«Affare fatto».

Gli pianto gli occhi addosso e sorrido, inclinando il capo.

«Sei mio?»

«Non ti basta ancora?»

«Ricordi la storia di quel libro? Alla fine, Sigfrido uccide il drago per avere il suo tesoro e diventare immortale».

Luca scoppia a ridere, passando la lingua sulle labbra come un animale pronto ad azzannare.

«Ti sembro Sigfrido? Non sono l’eroe, Babi, sono la maledizione che cala come un’ombra su di lui, se proprio vuoi darmi un ruolo».

“Babi”, solo lui mi chiama così. Barbara era troppo lungo e non riusciva a dirlo, anche quando lo ha imparato, non ha smesso di usare quel nomignolo.

«E io?»

«Tu sei il mio tesoro, sei già mia e non ho intenzione di farmi il bagno nel tuo sangue, stai tranquilla».

«Me lo prometti?»

«Vorresti stringere un patto?» mi chiede inarcando le sopracciglia con aria seria.

«Sì. Sarò tua se prometti che non mi farai del male».

«Sei già mia».

«Tutto da vedere!»

«No, mi spiace, non c’è nulla da vedere», rimarca stringendomi più forte, tanto che riesco a sentire il suo cuore battere e il mio fargli da eco. «Ti prometto che non ti lascerò mai da sola, che ci sarò sempre, che la tua vita sarà al primo posto per me, ma… no, di sicuro qualche volta ti farò anche male e lo sai, così come me ne farai tu. Ti basta?»

Abbiamo già fatto questo gioco, ne sono certa; seppur sia un ricordo confuso, è una storia che si ripete nel tempo e la verità è che ci apparteniamo.

«Ti hanno già fatto notare che sei uno stronzo?»

«Qualche volta».

«Inutile siglare un patto che già esiste, soprattutto con te».

Ormai sento il freddo fin nelle ossa e non riesco a nasconderlo, Luca invece non batte ciglio.

«Concordo, adesso andiamo. Qui non abbiamo altro da fare».

Col braccio mi cinge le spalle e ci incamminiamo verso casa. Il boato dei tuoni irrompe nell’aria come un grido e ho la sensazione di essere accompagnata da una schiera di spettri disseminati nel nostro passato, vita dopo vita, solo per continuare a stare insieme. Ciononostante, non ci fermeremo neppure stavolta: è la nostra natura.

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