La bontà del Caos

Ricordo quand’ero bambina e questo periodo era il più bello dell’anno, il più magico, con le vacanze invernali e la famiglia.

Ricordi di un’altra vita, un’altra me.

L’acqua che ribolle sul fuoco, le luci di mille colori degli addobbi, la paglia sul presepe aspettando di sistemare il bambinello come premio, le bollicine dello spumante, lo zucchero a velo sul pandoro che si stende come neve candida, accompagnato dalla melodia dei canti di Natale e il chiacchiericcio di sottofondo.

Ricordi che si spengono lentamente e rimane solo l’aroma amaro della morte.

«A cosa stai pensando?»

Una voce limpida e cristallina mi strappa alle mie riflessioni, lasciandomi specchiare in un paio d’occhi scarlatti, il cui luccichio è simile al richiamo di una luce nel buio e io, io sono soltanto una falena… una piccola e stupida falena che la continua a inseguire.

«Al passato», sospiro rassegnata.

«Ti ci perdi sempre, ogni anno».

Mi abbraccia dolcemente e inspiro il suo profumo, unico, indescrivibile: non è mai stato umano. Una ciocca argentata mi solletica il viso e la risalgo piano, fino a staccarmene percorrendo la linea della mandibola, affilata e perfetta, come le sue labbra.

«Hai ragione, ma tu non puoi capire».

«No, non posso», conferma pacato e con quella sottile vena altera che esibisce verso il genere umano. «Ma so cosa vuol dire perdere qualcosa che fa parte di te».

Un sorriso nasce malinconico, mentre cerco le sue labbra.

«Ti sei perso momenti unici, che solo gli uomini possono vivere», gli sussurro.

«Non importa: alla fine ho riavuto ciò che era mio. Alla fine, questo decantato Natale è solo uno dei miei giochi», afferma con un ghigno compiaciuto.

La sua natura oscura vibra nell’aria, sospesi sopra la città.

«I tuoi giochi sono crudeli».

«Allora perché sei qui con me? Non sarà diverso dalle altre volte, anche quest’anno tra le risa festanti serpeggeranno falsità, dolore, lacrime, morte e una giusta dose di violenza. Il caos è questo».

Scuoto la testa cercando spazio, un vano tentativo di guadagnare una distanza che lui annulla con una presa salda.

«Ho scelto di starti accanto, te l’ho promesso».

Un ghigno di sfida ed eccitazione increspa la sua espressione.

«Se è per questo, mi hai promesso un ultimo scontro dal quale solo uno di noi uscirà vivo».

«Tecnicamente sarei morta trent’anni fa», replico sprezzante.

«Tecnicamente il tuo spirito è immortale come il mio, è morto solo il veicolo di carne che avevi scelto».

Con una nota di disprezzo indica le persone che brulicano le strade del centro. Non ha mai approvato la mia scelta di sperimentare la vita e il mio amore per essa, per la Terra, per gli esseri umani.

«Beh, ho la tendenza a essere di parola».

«Io no», ribatte scoppiando a ridere.

Almeno è sincero, una volta tanto, ma lui è così e, allo stesso tempo, è molto altro che però nasconde, segnato dal peso del suo compito e ciò che ne consegue. Alla fine si è ritrovato solo. Nessuno voleva più vivere accanto al Caos, quasi nessuno ricordava più che lui aveva compiuto la scelta che gli altri non avevano avuto il coraggio di accollarsi. Dove vi è ordine, deve esserci anche il caos: abbiamo creato così l’Equilibrio in un’espressione duale costante.

«Qualche eccezione l’hai fatta», sottolineo affilando lo sguardo.

«Una».

«Mi basta ed è la risposta alla tua domanda».

Mi morde il labbro come fosse affamato e le nostre essenze riverberano intrecciandosi, compenetrandosi con un piacere simile al sesso, a un orgasmo infinito che trascende la carne.

Piacere puro e i ricordi si dissolvono nel presente.

«Adesso andiamo: è ora di giocare».

Annuisco. È tempo di dispensare sofferenza con sadica soddisfazione, o di restare a guardare mentre lui gode. Non lo so, non so mai fino a che punto mi spingerò, dimenticando ciò che sono stata per un po’. Ho scelto lui e questo è il prezzo, ma ci eravamo giurati di restare sempre insieme, divenendo uno parte dell’altra, indivisibili.

A Natale si è tutti più buoni, dicono… L’ennesima bugia.

A Natale il Caos gioca e la bontà muore tra le sue trame, intessute con fili invisibili, restituite al mondo dalle cronache, o nascoste nel silenzio di vite spezzate, lacrime furtive, lividi coperti da strati di trucco, tagli celati da maniche calate fino alle nocche.

No, a Natale nessuno è più buono, mente solo meglio.

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