La nostra casa

Questo racconto è collegato a “Inferno e paradiso”.

 

Kyle stava camminando lungo la strada sterrata appena fuori dal centro abitato, in braccio teneva un corpo immobile e abbandonato, coperto da un telo grigio consunto, che ne celava in parte il volto.

Avevano dovuto dividersi dopo l’incursione al centro di controllo e non aveva voluto sentire ragioni: Dan doveva restare con lui e poteva protestare quanto le pareva. I fatti gli diedero ragione, se non l’avesse accompagnata i cadaveri dei compagni sarebbero stati tre, invece di due. La granata al plasma si era attaccata a Flint e quella stupida aveva avuto la brillante idea di provare a staccargliela di dosso. Il giovane era andato in mille pezzi davanti a loro, dopo che l’aveva presa e allontanata di peso. Con una testata sul naso era riuscita a fargli mollare la stretta ed era sgusciata via come un gatto, scattando verso i due compagni. Jake era rimasto pietrificato a fissare la luce intermittente dell’ordigno, nonostante gli avesse urlato e ringhiato di scappare.

Lo sapeva, l’aveva visto. Dan aveva incrociato lo sguardo disperato di Flint e non lo aveva lasciato, se non dopo la deflagrazione, che inevitabilmente la accecò. Aveva avuto appena il tempo di afferrarla per un braccio e scostarla con un intenso strattone, costringendola a voltarsi. L’aveva gettata a terra e le si era buttato sopra, rimediando qualche scheggia nella schiena che lo stava tormentando con un bruciore allucinante.

Non era bastato.

Quando riuscì a rialzarsi e la voltò, scoprì l’ustione che le aveva divorato il lato sinistro del viso, bruciandole i capelli. Un profondo taglio, inoltre, spiccava squarciandole la guancia, tanto che riusciva a intravedere il bianco dell’osso. Il resto del corpo era incolume grazie alla tuta protettiva, che aveva resistito per miracolo. Nonostante ciò, gli mancò il fiato. Per alcuni interminabili istanti gli mancò anche il coraggio di verificare se fosse viva.

Quella stupida ragazzina era entrata nella sua vita come una furia, con i suoi artigli affilati e l’agilità di una pantera, però non aveva ancora capito se fosse coraggiosa o solo matta da legare. In fondo, per diventare un ibrido come lui tanto sana non doveva essere e se avesse avuto ancora un briciolo di lucidità mentale, lo doveva aver perso durante gli esperimenti. Un corpo esile e giovane come il suo non poteva reggere, aveva faticato lui che era un militare addestrato e, comunque, le conseguenze erano sotto gli occhi di tutti. Eppure, era lì. Era entrata nella resistenza e aveva fatto un lavoro eccellente, soprattutto era stata bravissima a farlo impazzire, a far breccia nei brandelli di sensibilità che gli erano rimasti e che di solito si manifestavano solo con rabbia e violenza.

Alla fine, percepì il suo respiro e non poté che chiudere gli occhi, trattenendo le lacrime di gioia che non poteva permettersi di versare. Per fortuna aveva ancora con sé il coltello e, svitato il fondo del manico, ne estrasse una piccola matassa di filo sintetico e un ago. Sul palmo rotolò anche una piccola gemma scarlatta; la fissò un istante con il cuore che gli scoppiava nel petto, ripensando a quando Dan gliela regalò. “Questo è il mio cuore.” gli disse.

Riprese il controllo di sé, la sua freddezza, tutto ciò che di disumano riusciva ad avere e le ricucì la faccia come un macellaio, ma non poteva far altro. Avrebbe dato qualsiasi cosa per avere del disinfettante, tuttavia era un sogno irrealizzabile.

Doveva tornare in città in fretta e, incurante del rischio, prese la via più diretta e del tutto scoperta. L’alba ormai si stava affacciando, rischiarando il cielo, e non poté evitare di lasciar correre lo sguardo sui campi deserti che si stendevano da ambo i lati. Li ricordava bene, li ricordava come si ricorda un’altra vita che non sarebbe mai più tornata, coperti di tulipani in fiore, traboccanti di colori e di vita. Adesso c’erano solo distruzione e morte. Ma loro non si erano arresi e combattevano nella speranza di riavere la libertà e un mondo degno di essere vissuto. Abbassò gli occhi sulla sua Danielle, certo che l’avrebbe odiato per come le aveva ridotto la faccia. Eppure per lui era ugualmente stupenda e avrebbe sacrificato tutto per lei.

L’odore acre e pungente della città si stava insinuando nell’aria, se fosse riuscito a correre avrebbe raggiunto il rifugio in meno di un quarto d’ora, tuttavia non ce la faceva e il solo camminare era una fatica immane. Inciampò in una radice e finì col piantare un ginocchio a terra. Non lasciò la presa e, dopo un istante passato a cercare le ultime boccate di aria respirabile, si rialzò.

Lei doveva vivere, doveva combattere ancora al suo fianco, voleva vederla di nuovo lanciarsi come una furia su quei maledetti soldati e farli a pezzi. Sul volto gli si dipinse un ghigno compiaciuto ed estasiato. Sì, erano pazzi entrambi, violenti e sanguinari, però avevano trovato un buon modo per esserlo. Un’ultima occhiata alla ragazza.

«Vedi di rimetterti in piedi in fretta, almeno mi potrai fare a fettine tu. Non mi va di crepare per mano di qualche scarafaggio luccicante», le sussurrò con voce roca.

Magari prima di saltargli alla gola, gli avrebbe fatto il piacere di sistemargli la schiena, chissà.

La aggiustò tra le braccia e riprese a camminare con passo deciso verso casa. Era uno schifo, puzzava e cadeva a pezzi, ma era la loro fottuta casa e lo sarebbe rimasta, alla faccia degli Enjeru.

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