Narrazione tossica e letteratura

Esiste un confine? Me lo chiedo spesso di fronte a casi di narrazione tossica.

Un tempo mi capitava solo in ambito giornalistico, ma da quando ho iniziato a scrivere, quest’idea si è spostata anche alla letteratura.

Narrazione tossica

Ma cos’è la narrazione tossica?

Una definizione chiara è quella esposta sul blog dei Wu Ming:

Per diventare “narrazione tossica”, una storia deve essere raccontata sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità.

Wu Ming Foundation

Cosa accade, dunque?

Attraverso degli indici precisi, la narrazione tossica ripete un pattern costante.

  • Semplifica
  • Manipola
  • Mente
  • Persevera

In pratica, si prende una storia, la si decontestualizza e semplifica, affinché sia comprensibile a tutti. Manipola così il contenuto per i propri fini, avvalorando se stessa in modo non esplicito. Così mente, in modo più o meno consapevole, edulcorando la violenza, sfumando le criticità reali per cambiare loro faccia o deviando il problema su “altro”. Tutto questo in una dinamica di reiterazione, la ripetizione di un concetto/idea affinché si imprima nella testa del lettore e non gli permetta un’obiezione lucida, critica nella sua logicità.

A questo, in ambito giornalistico e divulgativo si aggiunge la verifica dei fatti e delle fonti. In una narrazione tossica questo punto – che dovrebbe essere fondamentale – salta. Notizie e fonti non vengono verificate, ma si accusa il lettore di non farlo.

Dalla narrazione tossica parte il sistema comunicativo di narrazione e contro-narrazione, che genera due fazioni opposte. Soprattutto, dalla narrazione tossica si scatena la gogna mediatica, ormai all’ordine del giorno.

Il danno e la pericolosità di questa narrazione non conosce genere né orientamento sessuale, ma le vittime più evidente sono in una posizione di debolezza: adolescenti, donne, comunità LGBTQI+. Tuttavia, non ne sono esenti gli uomini, attenzione! La mascolinità tossica prolifica proprio in tali contesti.

Cosa c’entra la narrazione tossica coi libri e i romanzi?

Per me c’entra molto.

Anche i romanzi raccontano una storia. Anche i romanzi mettono in contatto il libro con il lettore, la sua dimensione emozionale con quella razionale (possibilmente, annullando la seconda attraverso la sospensione dell’incredulità). In modo sottile e spesso inconscio, quindi, i romanzi contribuiscono a costruire il rapporto del lettore col mondo.

Fenomeni come l’affective mimicry (che porta lo spettatore a “replicare le espressioni facciali” dei personaggi finzionali) o l’automatic reactions (la condivisione, in termini spazio-temporali, da parte dello spettatore di fenomeni emozionali vissuti dai personaggi finzionali) sono esempi di “due forme di sincronizzazione del corpo dello spettatore e di investimento affettivo, due forme di comunicazione non mediata, per impronta e ripetizione”

“Racconti di corpi: cinema, film, spettatori” Malavasi, 2009

“Ma è solo un romanzo!”

Lo so, ho visto spesso questa replica. Giusta in sé, ma che non considera le fragilità psico-emotive di molti, il condizionamento mediatico, il bombardamento costante con messaggi sbagliati a cui siamo sottoposti. Adolescenti in primis.

“Ma è un libro per adulti!”

So anche questo, ma non è difficile ricordarmi come ero da adolescente e cosa facevano i miei coetanei. Leggere ciò che viene proibito è parte integrante dell’adolescenza. Lo si fa di nascosto, non se ne parla con gli adulti, o in rari casi.  Come autori non siamo responsabili di questo, ovviamente, ma del contributo dato attraverso una narrazione tossica, sì.

“Allora niente più letteratura d’evasione?” “Censuriamo tutto il filone dark?”

Sia mai, sono contraria alla censura.

Però, che si abbia coscienza del problema è importante, che non ci si nasconda e si sia chiari nella propria posizione. Che non ci si difenda con risposte come “È solo un libro”, che suona come “Ma tanto è fantasy”, perché non funziona così. Siamo tutti tasselli di questa società e contribuiamo in misure diverse a costruirne il futuro.

Ogni volta che scrivo un romanzo mi pongo il problema, soprattutto con storie come La casa di incubi e stelle. La paura di contribuire a questo tipo di narrazione mi fa mettere costantemente in discussione il mio lavoro, ma spero di farlo nel modo migliore.

Non ho la risposta assoluta, non ho la soluzione magica per risolvere il problema letteratura/narrazione tossica, ma credo che parlarne sia importante. Discuterne e confrontarsi in modo civile, ragionato, senza partire dal presupposto di dover difendere i propri romanzi e il proprio lavoro. È qualcosa di più grande ad essere il fulcro della riflessione: la società.

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