Nera follia

Se ne stava appoggiata al muro con gli occhi chiusi, sforzandosi di trattenere le lacrime, perché non doveva piangere.

Non voleva piangere.

Ciononostante, la matita nera tracciava una linea sbavata proprio in quell’angolo traditore delle palpebre. Prova inconfutabile della sua sconfitta.

I riccioli neri spettinati disegnavano sull’intonaco bianco una ragnatela irregolare, come graffi, ultimo grido silenzioso della sua anima che lottava per restare dentro a un corpo tanto odiato.

Non voleva andare in pezzi.

Ormai, però, era un vaso pieno di crepe, sempre più fragile e… brutto. Questo era il problema.

“Loro non capiscono”, le sussurrò una voce. “Lui non capisce”, sibilò più acuta.

La ragazza scosse la testa, lasciandosi scivolare sulla terra umida. Aprì gli occhi lucidi e arrossati, per puntarli al cielo ancora grigio, dopo la pioggia primaverile. Serrò le labbra, rendendole una linea sottile, mentre nella mente ripeteva in modo ossessivo un “no”, incapace di decidere se rivolto alla voce o a se stessa.

Strinse i pugni con più forza, affinché le unghie potessero affondare nella pelle, ferirla.

“Perché vuoi fare del male a te? Loro sono i colpevoli. Loro devono essere puniti!”

No, no e ancora no, quello era il suo mantra. Non lo avrebbe fatto, non avrebbe ceduto di nuovo alla dolce tentazione che le era offerta.

«Ah, è qui che ti sei nascosta!»

La voce di Elisa la costrinse a voltarsi di scatto, poi lo vide. Mirco, dietro di lei, la stringeva per i fianchi per non farsi scappare quel corpo perfetto, così magro. Li fissò in silenzio, sapeva che a breve sarebbero arrivati anche gli altri ragazzi della compagnia e tutto sarebbe ricominciato. Tuttavia, non riusciva ad alzarsi, gravata da un peso immane che la spingeva giù, sempre più giù.

Esisteva un fondo?

Lo credeva, ma poi si era accorta che non riusciva a raggiungerlo e sprofondava sempre più in basso. Sentiva che mai avrebbe rivisto la luce né un sorriso sincero, non ce l’avrebbe fatta a risalire, ad arrivare all’uscita di quel pozzo senza fondo.

“Se non può esserci salvezza, perché soffrire?”

Già, anche lei si chiedeva perché dovesse continuare a subire, a farsi male. Poi si ricordò di Valentino, del suo cosiddetto incidente e dei sensi di colpa che non l’avevano più lasciata, logorandola.

Un’altra crepa nella sua anima, sempre più scura.

«Ma non ti fai schifo da sola?» le sputò contro Elisa.

La risposta era un secco sì, a cui non diede vita. Strinse i denti per impedirsi di parlare, nella speranza si stancassero prima. Quante volte si era sentita dire di non dar corda a certi atteggiamenti, che l’indifferenza era la miglior arma e si sarebbero presto stancati. Purtroppo, quel presto sarebbe giunto comunque tardi, troppo tardi e nessuno pareva capirlo.

“Loro non capiscono”, ripeté la voce, più invitante a ogni respiro.

«Ce la fai a camminare o devi rotolare, con tutto quel grasso che ti porti dietro?»

La loro risata le riecheggiò dentro, assordante. Basta, era stanca di quell’inferno.

“Ci sono io, Claudia”, le sussurrò sensuale la voce.

Era il suo amico immaginario, le era sempre rimasto accanto, consolandola, spronandola. Forse era pazza e quella voce soltanto una sua fantasia, eppure era fin troppo reale e diversa da lei. Ci aveva pensato, ogni volta che vedeva certi film si chiedeva se non fosse schizofrenica. Avrebbe dovuto farsi curare?

“No, io sono reale. Sono qui per te, lo sono sempre stato. Lascia che ti aiuti”.

Inspirò a fondo e si morse il labbro con forza, fino a farlo sanguinare. Un rivolo di sangue scivolò lungo il mento e quando vide Elisa sgranare gli occhi, Claudia scoppiò a ridere.

«Sei pazza!» sbottò la sua aguzzina, arretrando d’un passo.

Si appiattì contro Mirco, entrambi straniti.

«Sì», dichiarò decisa, mentre la sua risata si faceva più roca.

I due ragazzi si scambiarono uno sguardo interrogativo. Appena si mosse per alzarsi, però, Elisa prese Mirco per mano e lo strattonò.

«Andiamo via», gli disse, avviandosi con passo sostenuto. «Sei fuori di testa, da rinchiudere!» le urlò senza fermarsi né girarsi.

Claudia chiuse gli occhi e chinò il capo per qualche istante, nascondendo il viso in una cascata di riccioli corvini. Passò la lingua per raccogliere il sangue che la sporcava, seppur avesse smesso di scorrere; lo assaporò come fosse il più dolce dei nettari. Ascoltò il silenzio, beandosi della sensazione elettrizzante che le accarezzava la pelle, una leggera scossa le correva lungo il corpo. Infine, schiuse le palpebre e si guardò intorno, inebriandosi di quella nuova visione del mondo. La realtà aveva colori nuovi, più vividi, ma anche più cupi negli aloni malati che circondavano ogni cosa.

Gli occhi, ora neri dalla pupilla alla sclera, si volsero nella direzione in cui erano fuggiti i ragazzi e un ghigno le si disegnò sul volto.

«Adesso gioco io».

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