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Peccato originale

La sua voce era un sospiro, una dolce melodia altalenante, fatta di note e contrappunti. Mai uguale, bensì calda e vibrante al punto da farmi sussultare e addentrare nella penombra ebbra e affamata, o forse solamente stupida.

«Sei così bella», mi disse con estrema dolcezza. «Resterei ad ammirarti tutta la notte e, in effetti, l’ho fatto per così tanto tempo».

Sentii le sue labbra sfiorare le mie, come se ignorasse ciò che sono, o ancora lo volesse negare. Tuttavia, il fremito di eccitazione che mi scosse gridava d’essere appagato, ancor più della mia curiosità; il suo sangue era un richiamo irresistibile nel pulsare del suo cuore, lento e cadenzato, un tamburo perfetto a cui risposi come un animale, leccandomi i baffi. Senza fretta seguii il profilo della sua bocca, mentre le mani sapienti ne scoprirono il corpo, lasciando cadere a terra la camicia bianca come neve d’inverno, per saggiare la sua carne bollente.

«Sai cosa sono?» gli domandai abbracciandolo, ricevendo in risposta una stretta ferrea che mi incatenò al suo petto e ai suoi occhi di ghiaccio.

«Sì».

Una replica decisa come il suo bacio, del tutto incurante di quanto avrebbe potuto accadergli.

Mi sottrassi a quel fuoco che pareva insinuarsi in me attraverso la sua lingua, avida più di me; scesi lungo il suo corpo, facendogli sentire le punte dei canini e concedendogli il dono di due sottili graffi. Osservai un istante la sua linfa colorarli d’un rosso scarlatto, il quale nutrì il mio bisogno d’avere quel succo. D’un tratto ebbi l’impressione di non esser più io il predatore. Ero schiava del mio stesso desiderio, non solo di sangue, ma di disegnare con esso sulla sua pelle di porcellana storie dimenticate, passioni sopite. Un profumo acre e pungente ci avvolse sotto il pergolato che s’apriva dal porticato verso il giardino, rischiarato da una falce di luna che pareva sorriderci beffarda.

Portai lo sguardo sui suoi occhi e mi persi in due pozze argentee di luce oscura e penetrante.

«Cosa pensi di essere?» mi domandò accarezzandomi i capelli come fossi un cucciolo mansueto.

Con uno scatto mi sottrassi al suo affronto, seppur fossi ormai consapevole che non era un semplice uomo ad avermi tratto in trappola.

«Sono un Vampiro!»

Il moto d’orgoglio lo divertì; un ampio sorriso tese le sue labbra carnose e invitanti, mentre incrociava le braccia al petto, portando in risalto i bicipiti torniti e rendendolo tremendamente simile a una statua di marmo. Nella sua apparente freddezza mi ricordò “Amore e Psiche” e finii con l’interrogarmi se anche lui sarebbe stato in grado di trasmettermi un simile trasporto, riuscendo a rapirmi dalla morte apatica e noiosa che mi attanagliava.

Sospirai teatralmente, il mondo in fondo è il mio palcoscenico e non sarà stanotte a far eccezione.

«Un essere privo d’anima ed emozioni, un morto che cammina, ma con un fascino invidiabile», mi disse senza che riuscissi a comprendere se nella sua voce v’era scherno o lusinga.

«Ti dovrei dunque invitare a spiegarmi cosa sei tu, ma non lo farò. Ho fame», dichiarai con un fare distratto e altero.

«Di cosa?»

«Del tuo sangue».

Lui scoppiò a ridere. Tese le braccia verso di me e con un movimento preciso, lento e sensuale, incise l’avambraccio sinistro, senza lame e senza che nulla sgorgasse.

«Quale sangue?»

Sbarrai gli occhi, incredula: cosa avevo visto poc’anzi? Portai gli occhi al suo petto e mi resi conto che non percepivo più il battito cardiaco.

Indietreggiai d’un passo, sicché era chiaro che la preda sarei stata io, stavolta. Se solo avesse avuto un senso per me, avrei trattenuto il fiato, ma non mi serviva respirare da diversi secoli.

«Nulla è come sembra, nemmeno tu, Vampira. Eppure, dopo tanto, il tuo modo di cacciare, di muoverti nelle ombre, di scivolare sulle tue vittime… oh sì, quello mi ha fatto tornare voglia di giocare».

«Di giocare?»

Non terminai la frase di sorpresa, che fu lo sgomento a zittirmi, stretta a lui che mi respirava sul collo, con il petto premuto sulla mia schiena ed un’erezione reale e umana che quasi stonava in quel contesto.

«Sei così invitante mia dolce creaturina della notte, una figlia che rasenta la perfezione».

La sua lingua parve assaggiare il mio collo prima di baciarlo, per poi farvi affondare un morso profondo. Trasse un copioso sorso di sangue da me e in pegno mi riversò calore nelle vene, un fuoco bruciante che mi tolse ogni possibilità di fuga, abbandonata e inerme nelle sue mani.

«Figlia…» bisbigliai con un filo di voce, forse appena mimando con le labbra quella parola.

«Vuoi essere perfetta?»

Annui leggermente e lui mi voltò. I suoi occhi mi trascinarono in un abisso di meraviglia e oscenità, tra il gelo di una morte eterna e il fuoco di una passione inarrestabile, riportandole nella mia vita attraverso il suo corpo sul mio. Persi ogni concezione del tempo, anche dello spazio, era come se esistesse solo lui: intorno a me e dentro di me, sempre più a fondo e indistinguibile. Credetti fosse sazio quando si scostò accarezzandomi le labbra con le sue, mentre non riuscivo più a capire dove finissi io e iniziasse lui.

«Caino».

«Solo un nome, una leggenda», mi sussurrò compiaciuto. «Un bel nome per una maledizione, non credi?»

«Chi sei allora?»

Sogghignò e affondò un colpo deciso, così sperimentai un orgasmo diverso, dopo che me ne aveva concesso uno umano, mi fece precipitare in una spirale di sensazioni amplificate, assolute, del tutto ingestibili dopo secoli di vuoto. Potevo sentire me stessa attraverso lui e, nel contempo, da dentro di me, così il mio piacere per il suo membro pulsante si fuse a quello che lui provava nel trattenere il mio corpo scosso da spasmi di pura estasi.

Si chinò su di me e la sua bocca mi lambì l’orecchio.

«Il peccato originale, il primo e l’ultimo».

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