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Ricordi

Cosa ricordo di quella sera?

Il cielo terso di una notte di dicembre, nessuna nuvola, nessuna luna, solo una moltitudine infinita di stelle che sfavillavano come diamanti su una seta nera. Il gelo pungente mi spinse a infilarmi nel pub di Roberto. Erano mesi che non uscivo se non per andare al lavoro, mesi che non mi facevo vedere per non dover dare spiegazioni. Tuttavia, quella sera avevo indossato la gonna lunga nera e un paio di anfibi, non me ne fregava nulla, non cambiai neppure la camicia del lavoro, in fondo era in tinta: tutto il mio guardaroba lo era e non correvo il rischio di sbagliare abbinamento. Era pieno come ogni weekend, per cui mi bastò una rapida occhiata per decidere di fermarmi al bancone.

«Ehi Dee, quanto tempo!»

La voce calda e armoniosa dell’uomo dietro al bancone mi accolse prontamente, rammentandomi come tutti mi chiamassero così fuori dall’ufficio.

Due vite, due nomi, due donne: io.

«Ciao Roby», lo ricambiai con un sorriso.

Lo studiai un istante nella sua solita tenuta, con il grembiule a richiamo scozzese sul verde e una t-shirt nera che esibiva le braccia tornite, i capelli corti e sparati all’insù, perfettamente rasato e con l’aria di chi la sa lunga.

«È un pezzo che non ti fai vedere. Cosa ti porto?»

«Una nera media, fai tu, basta che sia buona».

Mi rispose ammiccando e spostandosi alla sua destra verso la spina. Liberata la visuale, lo sguardo mi cadde su una faccia nuova seduta all’angolo del bancone accanto al muro, anzi, sul suo bicchiere. Due dita di liquido ambrato che faceva ondeggiare placidamente, dando l’impressione di essere fuori posto in un locale da fighetti e che non gliene importasse nulla: sembrava lontano mille miglia.

Allungai una mano accaparrandomi le ultime mandorle dalla ciotola e infilandole in bocca una alla volta. Mi piaceva studiare le persone, cercare di capire chi fossero o solo immaginarne la storia in un semplice, quanto infantile, gioco di fantasia.

Roberto poggiò la birra davanti a me, fissandomi serio e io lo ricambiai con espressione interrogativa, inclinando il capo. Portò le mani sul ripiano e vi si chinò fermandosi a pochi centimetri dalla mia faccia.

«Lascia perdere, ragazzina, non è roba per te».

In una sola frase aveva condensato la maggior parte delle cose che non tolleravo di sentirmi dire.

«Uno: non sono una ragazzina. Due: non sei mio padre, per tua fortuna. Tre: nessuno decide per me», replicai sprezzante.

«Il tuo gusto in fatto di uomini è assai opinabile. Non ti sei ancora scottata abbastanza?»

«Abbastanza per mandare a farsi fottere chiunque, te incluso, se non la pianti. Per la cronaca, non ero interessata al tipo prima del tuo discorsetto, ma al fatto che qui dentro qualcuno avesse ordinato un whisky».

Roberto inarcò le sopracciglia, sorpreso e poco convinto.

«Se mi chiedessi che faccia ha non saprei risponderti, neppure come è vestito».

«Ah».

Puntai Roberto come fossi un plotone d’esecuzione e lui il condannato, finché non si prodigò in scuse efficaci, offrendomi il primo giro. Al terzo mi congedai, avevo avuto la giusta dose di buon alcol che mi avrebbe consentito di infilarmi sotto il piumone e dormire, alla disperata ricerca di un sonno senza sogni, senza incubi, senza nulla.

Le campane batterono le due, il loro eco sembrava amplificato dal ghiaccio che rendeva scivoloso l’asfalto, cupo e accattivante allo stesso tempo. Sollevai gli occhi seguendo il profilo del campanile, fermandomi su tre stelle che parevano brillare più delle altre: la cintura di Orione.

Sospirai.

Uno schiocco alle mie spalle mi fece trasalire, spingendomi a voltarmi di scatto. Quel movimento repentino mi portò a perdere l’equilibrio, ritrovandomi sospesa a una spanna da terra, faccia a faccia con uno sconosciuto.

Mi fissò un istante che però mi sembrò interminabile, persa in due occhi azzurro ghiaccio, taglienti e spietati.

«Attenta, potresti farti male», mi sussurrò.

La sua voce era profonda e calda, un contrasto scioccante con il suo viso, con una vena roca che aveva il sapore del blues, del tabacco, di leggende perdute tra musica e crocevia, tra demoni e uomini.

Era immobile come una statua, non pareva risentire dello sforzo nel trattenermi in quella posizione e, quando posai le mani sulle sue braccia, capii che a prescindere gli sarebbe servito un peso di gran lunga maggiore per sforzarsi. I suoi bicipiti erano contratti e duri come marmo, troppo grandi per poterli stringere nel palmo. Solo allora mi accorsi che indossava soltanto una camicia nera, che per altro gli tirava sul petto, a dispetto del freddo penetrante che io, invece, percepivo benissimo sotto il chiodo ormai datato.

«Vuoi che restiamo così o cerchiamo una posizione più comoda?»

«Dimmelo tu!» ribattei stizzita.

Lui affilò lo sguardo e mi ritrovai a ingollare a fatica, pietrificata con un’occhiata.

«Un grazie potrebbe essere un buon inizio».

«Grazie per avermi quasi fatto rompere l’osso del collo? Mi sei arrivato alle spalle!»

«Strano, credevo te lo aspettassi», sogghignò, sollevandomi fino a portarmi tanto vicino da sentirne il respiro caldo.

In quel momento mi resi conto che era il tipo del whisky.

«Hai frainteso. Voi maschi avete questa brutta abitudine di sentirvi al centro del mondo».

«Veramente io tendenzialmente mi sento fuori dal mondo e per i fatti miei. Sei tu che mi hai chiamato».

«Che vai blaterando? Io ho solo fissato il tuo bicchiere, dannazione!»

«Allora non eri tu che volevi sapere chi sono?»

Mi rimise in piedi e mi fece un cenno col capo.

«Ti chiedo scusa, ho preso un abbaglio».

Come fece per andarsene un brivido mi attraversò la schiena fino alla base della nuca; stavo per fare l’ennesima cavolata, ne ero consapevole come ogni volta, ma era più forte di me.

«Aspetta», lo bloccai, seppur mi avesse appena superata. «Mi racconterai la tua storia?»

Sentii il suo respiro sul collo, come un animale affamato che annusava la preda, e mi resi conto di quanto fosse eccitante.

«E tu mi darai la tua?»

Annuii senza neppure aver capito il senso di quella domanda. Non mi chiese un racconto, ma molto di più.

Mi ritrovai con le spalle al muro, il cemento che strisciava sulla pelle del chiodo graffiandolo e la sua bocca sulla mia, a togliermi il fiato in quel gesto rude e inaspettato. Mi morse piano il labbro, poi vi passò sopra la lingua.

«La mia storia diventerà la tua da stanotte e per molte notti a venire», sorrise soddisfatto. «Voglio sentirti gridare di piacere».

Il suo sussurro mi fece tremare, non solo fisicamente. Schiusi le labbra cercando di parlare, tuttavia bastarono i suoi occhi a rendermi muta.

«Sprofonderemo all’inferno per toccare il paradiso, non ci sarà alcol, musica, nulla che tenga. Solo noi finché non saremo sazi e, te lo prometto, ti insegnerò a non esserlo mai».

La sua lingua si fece di nuovo strada nella mia bocca senza trovare opposizione, giacché il suo corpo riusciva a scaldarmi come null’altro e la paura era un fremito che, al contrario, mi solleticava cercandolo avidamente.

Di quella notte ricordo che sognavo un grande cacciatore guerriero, Orione.

Di quella notte di settant’anni fa ricordo che incontrai il mio sogno e mi feci male come mai prima, ma fu il più grande e meraviglioso errore di tutta la mia vita, che ripeterei ogni notte, ogni singola notte fino alla morte. Ciononostante, sapere di dover trascorrere un numero indefinito di anni, secoli, senza più lui accanto, adesso, è la punizione per aver rubato un paradiso che forse non mi spettava. Lui era convinto che lo meritassi e, proprio per lui, difenderò ciò che sono in ogni modo.

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