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“RVH – Ascesa alle Tenebre” di Lucia Guglielminetti

• TITOLO: RVH – Ascesa alle Tenebre
• AUTORE: Lucia Guglielminetti
• EDITORE: Self-pubished
• GENERE: Metropolitane, horror
• PAGINE: 443

"RVH - Ascesa alle Tenebre" di Lucia Guglielminetti

Trama

Se stai leggendo qui, vuol dire che sei in cerca di qualcosa fuori dall’ordinario. Io sono un vampiro, di quelli che non si fanno problemi a nutrirsi di sangue umano e che bruciano al sole. Raramente sono gentile, ma forse farò un’eccezione per te. E allora vieni con me, avventato lettore, voglio raccontarti la mia storia. Voglio che tu viva insieme a me il momento in cui sono morto, lasciando una moglie che trascuravo ormai da tempo e una donna che mi ha dato un tetto sotto cui dormire e l’affetto di una madre.

Sospetti che fossi un uomo terribile in vita? È solo perché ancora non sai cosa ho fatto dopo la morte.
Lasciati condurre in un viaggio nel passato per conoscere ciò che ha trasformato un ragazzino pallido e fragile in un vampiro vendicativo. Vieni a provare il dolore di una fiamma che brucia ma non consuma, vieni a sentirti vivo mentre uccidi tutti in una taverna, e vieni a scoprire che i mostri a volte non hanno le zanne, ma sono proprio come te. E seguimi anche nel presente, perché non mi sto divertendo per niente.

Sono Raistan Van Hoeck, conosciuto anche come l’Olandese. Ho più di trecento anni. E ho una storia da raccontarti.

 

Le mie impressioni

Ero stanca delle storie di vampiri. Avere scritto una trilogia con loro, non so perché, aveva in parte allontanato la voglia di leggerne, complice qualche lettura non entusiasmante. Tuttavia, tempo addietro ero incappata in RVH e avevo letto l’estratto su Amazon, l’avevo trovato carino, ma non mi aveva conquistato. Galeotto fu un estratto postato dall’autrice in un gruppo su Facebook e il confronto con lei, attraverso qualche commento, sulla questione “vampiri”. Così una sera eccomi a iniziare pigramente e un po’ svogliata la lettura di questo primo libro dell’Olandese. Mi resi subito conto che, pur essendo passato qualche mese, ricordavo ancora molto bene l’estratto di Amazon, tanto da poterlo glissare. Alla fine, mi sono ritrovata a non riuscire più a scollarmi dalle pagine.

Ho apprezzato il linguaggio moderno con cui Raistan scrive le sue memorie, rivolgendosi direttamente a un fantomatico lettore, tirandoti in qualche modo in causa, volente o nolente. Dopo un po’ hai proprio l’impressione di sentire la sua voce che ti rivolge le sue battute, che ti sottolinea che sta di nuovo divagando, che ti spiega, quasi andasse di fretta, il suo dover tornare a narrarti dei fatti presenti, accantonando quelli passati.

Questo è sicuramente un gran merito da attribuire a Lucia: Raistan parla, vive, ha una voce sua e solo sua, così come gli altri personaggi. Lei li ha resi veri in una sospensione della realtà perfettamente riuscita. Con un linguaggio accessibile, Raistan ci riporta indietro nel tempo fino alla sua infanzia, alla fine del 1600, descrivendoci luoghi, usi e costumi, con paralleli all’oggi. Lo conosciamo da umano, inutile dire che si simpatizza per quel ragazzino che diventa uomo e che, inevitabilmente, inizia a fare le prime stupidaggini degne di tale nome, facendo il Raistan – come direbbe Shibeen, la sua creatrice – e a quel punto è il lettore, su esortazione dello stesso vampiro, a dover trarre le sue conclusioni.

In realtà, ogni tanto si ha l’impressione che il giudice più impietoso di se stesso sia proprio Raistan, anche se si deve convenire con lui che in quanto a modi ed egoismo… ce n’è di certo. In fondo stiamo leggendo la storia di un vampiro, non di un buon samaritano né di un santo, per cui ci si aspetta (e in fondo lo si cerca) del sangue, che magari scorra a fiumi – perché no? – e anche una certa dose di violenza e spietatezza.

Dopo la sua rinascita, azione, sesso, uccisioni, qualche piccola strage, amori e amicizie, delusioni e rimpianti accompagnano la lettura incalzante e fluida, tra passato e presente, senza farti perdere, ma con sempre più voglia di sapere come andrà a finire. Raistan lo si ama o lo si odia. È uno dei quei personaggi che non fa nulla per piacere, ce lo dice chiaramente, non gli interessa neppure apparire migliore. Scrive per se stesso, perché ha bisogno di rimettere ordine nella sua testa dopo l’ennesima batosta. In effetti, a un certo punto non si capisce se è lui a cercare i guai, o se sono loro a saltargli addosso con una ferocia inaudita… forse entrambe le cose.

Speravo solo che non si mettessero a flirtare come due colombelle: non sapevo se sarei riuscito, in quel caso, a non fare il Raistan.

I tratti del suo carattere sono diversi, talvolta sfiorano il paradosso. Questo lo rende una creatura interessante e tridimensionale, alla costante ricerca di qualcosa senza cadere in pensieri troppo filosofici o melensi, poiché li condisce del suo tagliente sarcasmo, dell’umorismo vampirico che fa un mondo a sé, fino a spingerli a una forma quasi nichilista o, giustamente, di freddo distacco.

Diretto, senza peli sulla lingua. La diplomazia non è proprio tra le sue doti migliori, ma lealtà e onore sì, quelle li dimostra in molte occasioni.

Ho scovato momenti di vera crudeltà, di follia totale, mi sono obbligato ad analizzare i sentimenti che questi eventi mi provocavano – ahimè, il rimorso per la maggior parte di essi non è nelle mie corde e questo dovrebbe dirla tutta sulla mia bontà d’animo – ma ho anche ricordato cose piacevoli, quelle sensazioni che dagli Andrews non ero riuscito a evocare: anch’io ho amato e sono stato amato, e questa consapevolezza, da sola, dà un senso alla mia esistenza.

Tuttavia, non illudetevi. Non pensate come ho fatto io di leggere il primo libro e poi, chissà, forse prendere anche gli altri. Se vi farete incastrare dall’Olandese, sarete finiti e vi ritroverete a comprare il successivo prima ancora di finire questo, per sapere come prosegue. Personalmente, pur essendo lenta nella lettura, mi sono divorata più di 2200 pagine in due settimane, perché il cerchio si chiude solo nel quarto romanzo, lasciandoti respirare un attimo e concedendoti di prenderti una pausa prima di approdare all’ultimo.

Personalmente? Ne è valsa la pena!

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