Sole d’inverno

Il traffico mattutino del sabato era irritante come al solito, non meno degli sproloqui che spizzicava camminando tra i banchi del mercato, lungo le vie gremite di persone. Un vociare assordante, sovrastato dagli strilli di qualche venditore. Le tempie avevano preso a pulsare, un po’ per la morsa del gelo, un po’ per l’ambiente che la circondava opprimendola. Era stata costretta a uscire per non sentire il ritornello ansioso della madre, tuttavia, non era più sicura di quale fosse la tortura peggiore. Deviò dalla via principale, incamminandosi in una stradina secondaria per rintanarsi in un piccolo bar aperto da poco.

Sbirciò dalla vetrata, notando solo un paio di avventori, assorti in una fitta discussione al bancone. Inspirò a fondo ed entrò con ostentata sicurezza e lo sguardo più truce che riuscì a stamparsi in volto, così da tenere a distanza chiunque. Non era un granché in effetti, ma trasmetteva in modo chiaro la volontà di essere lasciata in pace, con l’espressione accigliata d’un animale ferito e incattivito dalla paura.

Scandagliò rapida il piccolo locale e puntò diretta a un tavolino rotondo sistemato in un angolo, che le consentiva di guardare fuori. Tolse il giaccone e lo sistemò sulla sedia accanto a quella dove si sedette, in attesa di ordinare. Si perse qualche istante negli intricati disegni creati dal ghiaccio sul bordo del vetro, come potesse scorgervi chissà cosa, una soluzione, un senso che continuava a sfuggirle.

«Ciao, cosa ti porto?»

Una voce calda le giunse improvvisa, strappandola al vuoto in cui si smarriva spesso. Gli occhi saettarono al ragazzo in piedi di fronte a lei, risalendo il grembiule nero, sotto cui spiccava la camicia bianca con un paio di bottoni slacciati, che lasciavano trasparire un vezzo sbarazzino e un po’ spavaldo, visto il sorrisetto con cui la stava fissando. Si soffermò su quelle labbra carnose, tese in un arco che per lei era simile a uno scherno, come tutto. Glielo ripetevano di continuo che doveva smetterla di avercela col mondo, ma non ci riusciva.

«Una cappuccino, grazie», rispose infine, fin troppo secca nel tono.

«E basta?»

Simona inarcò un sopracciglio, arrivando a incrociare gli occhi castani e vispi del giovane. Lui si schiarì la voce, come a scacciare l’ambiguità da lui stesso creata.

«Non so, una brioche…»

La frase restò sospesa con una nota fin troppo confidenziale.

«Pensi di andare avanti ancora per molto?» gli chiese senza girarci intorno, infastidita.

«A far cosa? È il mio lavoro», ribatté con prontezza e con un’alzata di spalle.

Non sembrava contrariato dal suo comportamento, gli era scivolato tutto addosso senza toccarlo e ciò le urtava ancor più i nervi.

«Sì, come no», sbuffò alzando gli occhi e tornando a osservare la strada. «Un cappuccino. Grazie

Un paio di minuti più tardi le servì quanto richiesto, senza una parola. Ciononostante, il peso del suo sguardo addosso era impossibile da ignorare, ma si impegnò a fingere di non percepirlo.

Quando la lasciò sola, posò le mani sul tavolo fissando la schiuma candida cosparsa di cacao, prese il cucchiaino e mescolò senza aggiungere nulla. Per un istante, però, l’attenzione scivolò sull’arto siliconico immobile accanto al piattino e bastò quello a rammentarle quanto odiasse essere compatita. Sorseggiò piano il liquido caldo, che le scivolò in gola riscaldandola; eppure, al freddo che sentiva davvero si era abituata, consapevole che non lo si poteva scacciare dall’anima, come non poteva riavere ciò che ormai era perso per sempre. A volte le faceva male, in qualche caso le prudeva, poi si ricordava che in realtà la mano non c’era più.

Il rumore della sedia strisciata sul pavimento la riportò alla realtà e fu un brusco risveglio, con quegli occhi piantati nei suoi.

«Piacere, io sono Marco», le disse porgendole la mano.

Si guardò attorno e si rese conto che erano rimasti soli. Lo fissò senza muoversi, consapevole di quanto sarebbe accaduto di lì a poco. Lui avrebbe capito, si sarebbe sentito in imbarazzo, le avrebbe allungato la sinistra e poi, a disagio, avrebbe salutato frettolosamente fingendo qualche impegno.

Posò la tazza con lentezza, giusto per dargli il tempo di elaborare la cosa e seguire il copione, ma quando tornò su di lui, nulla era cambiato. Il suo sorrisetto, la sua espressione di chi la sa lunga e la mano tesa ad attendere d’esser stretta.

Deglutì spiazzata.

«Ti ha mangiato la lingua il gatto?» la incalzò canzonatorio.

Confusa sollevò la destra dal tavolo e lui la strinse come nulla fosse.

«Tanto per sapere, hai anche un nome?»

«S-Simona».

Sbatté le palpebre allibita per la naturalezza con cui Marco aveva affrontato la cosa e le sorse il dubbio che fosse stupido. Magari non aveva capito… No, era impossibile.

Lui si accomodò meglio, rilassando i muscoli delle spalle e addolcendo lo sguardo.

«Sai, c’è una vecchietta che viene tutte le mattine alle otto, puntuale come un orologio, da quando ho aperto», esordì pacato, nemmeno fossero vecchi amici. «Dice che le piace passare di qui perché sono uno zuzzerellone. La prima volta ho fatto finta di nulla, ma come se n’è andata ho cercato cosa significasse e mi son fatto una gran risata. Tu lo sai che vuol dire?»

Annuì senza capire dove volesse andare a parare quel tipo che, doveva ammetterlo, era parecchio strano.

«Sai perché mi apostrofò così?»

Scosse il capo e lui le sorrise, essendo scontata la risposta.

«Le avevo detto che una delle cose che amo di più è il freddo. Mi piace il ghiaccio e mi piace l’inverno. Secondo Rosa, la vecchietta, è perché sono giovane e quando avrò gli acciacchi dell’età e le ossa doloranti, apprezzerò il sole.» Scoppiò a ridere aprendo le braccia in segno di resa, forse, o per vantarsi del fisico atletico, non avrebbe saputo per quale ipotesi propendere. «Allora le ho spiegato che per me nulla è più bello del sole d’inverno, perché è diverso, è freddo e fa brillare il ghiaccio».

«Sei strano forte».

«Grazie».

«Non era un complimento», sottolineò ridacchiando.

«Per me sì», asserì stringendosi nelle spalle. «E sentiamo, sarei strano perché mi piace l’inverno?»

«Anche…» Si fermò mordendosi nervosa il labbro. «Più che altro perché non mi hai chiesto nulla, ti comporti come se ci conoscessimo e non hai fatto una piega per…»

«Per la tua protesi?» la precedette, terminando la frase.

A quella parola, però, lei si irrigidì.

«Non sei mica un mostro con due teste, anche se da amante del fantasy potrei trovare interessante anche quello», proseguì facendo una smorfia buffa e una linguaccia. In effetti aveva dei comportamenti bizzarri e infantili, tuttavia li contraddiceva nei silenzi, negli sguardi, nei pensieri che esprimeva.

«Di solito la gente non reagisce così».

Marco sospirò e si alzò in piedi, portandosi di fianco a lei. Si esibì in un inchino teatrale e con un ghigno sghembo la osservò restando piegato.

«Benvenuta nel mio mondo, milady, dove tutto è possibile».

Simona schiuse le labbra, ma non le uscì una parola, solo stupore. Un attimo, uno soltanto, e scoppiò a ridere di gusto. Gli occhi del ragazzo parvero illuminarsi di soddisfazione.

«Nulla è più bello del sole d’inverno», mormorò rialzandosi.

Sole d'inverno
Foto da Pixabay

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