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Stanza 111

Stanza 111

L’ultima seduta mi aveva lasciata spossata, per non dire stremata. Le tempie pulsavano con insistenza così, rimasta sola nella sala, chiusi gli occhi. Abbandonai indietro la testa, sciogliendo la coda e ravvivando le morbide onde dei capelli. Mi concentrai sul respiro, profondo e regolare, ma era come se l’aria mi bruciasse i polmoni. Riaprii le palpebre e fissai l’ormai flebile fiamma della candela, sistemata al centro del tavolino.

“Spegnila!”, tuonò una voce gracchiante che solo io potevo udire.

Sorrisi.

Presi col cucchiaino d’argento un po’ di sale e disegnai un cerchio attorno alla candela. Un ringhio stridulo, feroce e morente mi perforò i timpani.

«Signorina, la vedo più provata del solito».

La voce cortese del concierge, arrochita dall’età, mi indusse a sollevare lo sguardo su di lui. Faticai qualche istante per metterlo a fuoco, ma era normale dopo una trance. Cercai di sorridere con gentilezza.

«È stata una serata impegnativa», gli confermai. «Appena la candela avrà finito di bruciare, raccoglierò le mie cose. Ho fatto piuttosto tardi, mi scusi».

In cuor mio speravo che un po’ di buone maniere e qualche innocente moina lo avrebbe dissuaso dal chiedermi di pagare un sovrapprezzo per lo spazio occupato. Più che altro perché, ancora stordita, non avevo pensato di domandarlo a mia volta alla cliente. Sospirai.

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