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X-rist

Questo racconto è basato sulla mia ambientazione per un GdR, Il Regno di Agartha, che comprende la trama per un romanzo.

 

Una stringa di codice attirò l’attenzione dell’Agarthiano, che saltò sulla sedia. Avvicinò la faccia allo schermo di hackeraggio della T-rist con gli occhi sbarrati.

«Cazzo!» Le dita scivolarono veloci e tremanti sulla chiave di Dirjod corrotta, attivando la connessione protetta. «Quelli della Rekkap si stanno muovendo, hanno individuato la sede di Letir».

La voce concitata del ragazzo riecheggiò nella stanzetta deserta scavata nel sotterraneo del palazzo. Era tra i più giovani reclutati dai Borglar, ma il migliore quando si trattava di violare i controlli della matrice del Concistoro.

«Ottimo Kiel, voi siete ancora coperti?» gli chiese la voce dall’altra parte.

Il giovane restò in silenzio.

«Kiel?»

«No», disse con tono greve.

Aveva appoggiato la chiave sul tavolo e iniziato la disconnessione dalla X-rist, la nuova rete dei Borglar. Non poteva permettere che cadesse in mano al Rekkap.

«Stupido! Che ci fai ancora lì?»

«Devo scollegare il sistema, poi chiuderò la chiamata e distruggerò la chiave».

«Non dire idiozie, prendi Ridan e Seti e andatavene. Ci servite vivi!»

All’udire il nome di Seti si ritrovò tentennante. Infine, digitò fulmineo un messaggio e lo inviò alle chiavi delle due compagne.

«Tranquillo, loro saranno fuori nel giro di un minuto», sorrise Kiel, con un velo di tristezza.

«Alza il culo, bamboccio, ed esci subito. È un ordine!» gli intimò alterato il suo interlocutore.

La porta si aprì e una ragazza dalla pelle color antracite, come i capelli, fece il suo ingresso affondando un morso su un succulento frutto, lasciando che il succo rosso intenso le colasse lungo la mano e l’avambraccio scoperto.

«Ehi, genio, mi sa che si è rotto di nuovo», esordì con voce calda e suadente, agitando la chiave di Dirjod nell’altra mano.

«Ridan, che… che ci fai qui?»

«Te l’ho appena detto, no?» gli rispose, mentre le pupille a fessura si contrassero al leggero calare della palpebra. «Che è quella faccia?»

Il cambio di registro fu evidente e Kiel dovette ingollare a fatica sotto il peso della sua voce, inquietante e profonda.

«Devi andartene, ora! Stanno arrivando».

Ridan buttò per terra il frutto, come fosse divenuto disgustoso e gli si avvicinò, sfilando dalla fondina fissata al fianco il suo fidato kassien. Glielo sventolò davanti al viso, attivando il caricatore di Dirjod.

«Primo, tu non mi dici cosa devo fare. Secondo, siamo arrivati insieme e ce ne andremo insieme».

Kiel sbuffò, tornando all’intento iniziale di non lasciare tracce e accessi alla loro rete.

«Kiel, sei ancora lì?»

Si era dimenticato della chiamata in corso e dovette interrompersi di nuovo.

«Lasciami lavorare!» sbottò chiudendo la comunicazione.

Se fossero sopravvissuti, quella risposta gli sarebbe costata molto cara, salvo non si fosse tenuto incollato a Ridan fino alla fine dei suoi giorni.

Stava per disattivare lo schermo, quando comparve una scritta lampeggiante accompagnata da un bip. La ragazza scoppiò a ridere non appena se ne accorse, prendendo un globo fermacarte ottonato e facendolo saltellare con la mano come non pesasse nulla; Kiel restò a fissare la parola “Scordatelo” interdetto e non sentì il rumore della porta.

«Vorresti anche un bell’attestato di benemerenza, poi?»

La voce cristallina e ammaliante di Seti lo fece trasalire.

La giovane, alta quanto Ridan di cui era la perfetta antitesi, imbracciava a sua volta un kassien. L’arma nera creava un contrasto particolare con la pelle candida e i lunghi capelli argentei. Kiel si trovò inchiodato dai suoi occhi di ghiaccio. Tentò di parlare, ma riuscì solo a farfugliare qualcosa di incomprensibile, sottolineato dalla risata di Ridan.

«Genio, hai finito? Magari riusciamo a defilarci in tempo, se ti dai una mossa», lo incalzò l’Astariana.

Kiel si ridestò, prese la chiave di Dirjod e la rimise in tasca, inspirando a fondo. Lui era solo un Agarthiano, poteva ben poco rispetto a loro a due. Tuttavia, aveva cervello e un pizzico di sangue Draconiano nelle vene; forse per quello Seti aveva fatto breccia nel muro di asocialità e isolamento che aveva sempre difeso con tutto se stesso.

«Andiamo», concluse cercando di ostentare sicurezza.

Ridan si sistemò in testa alla fila per attraversare lo stretto corridoio, che li avrebbe ricondotti nell’edificio principale, seguita da Seti e, infine, Kiel.

«Se prendono la mia chiave, l’X-rist è finita», disse a bassa voce il ragazzo.

«Non ti preoccupare, se ti fai ammazzare ci penserò io a recuperarla».

Le movenze sinuose ed eleganti di Seti, che lo sovrastava di una spanna, erano pari alla freddezza che riusciva a esternare.

«E se prendessero te?»

«Non accadrà, o dovrò dare ragione a Ridan e sarebbe umiliante», replicò decisa la Draconiana.

«Ragione su cosa?»

«Che sarai la mia rovina».

Kiel si bloccò sul posto con espressione stralunata.

«Muoviti, genio», rimbrottò l’Astariana. «Seti, mi sa che ti devi preparare a perdere», concluse roca. Sbucarono nell’atrio del palazzo e un sibilo fendette l’aria. «Si balla!» gridò, schivando un raggio luminoso iridescente.

Seti sparò senza alcuna esitazione, colpendo l’Agarthiano in divisa al centro del petto, il quale si accasciò a terra.

Un istante e il caos si riversò nell’ampia sala, inondata da dardi di diversa origine che creavano un intreccio di colori affascinante e mortale. Anche Kiel, nel suo piccolo, diede un contributo impacciato, sparando qualche colpo ma, soprattutto, mandando in tilt le apparecchiature dei Rekkap. La Draconiana si portò al centro dello spazio a disposizione, creando un fuoco di copertura per Ridan e mettendo in scena una danza unica per non farsi colpire. L’Astariana, dal canto suo, non si fece mancare il divertimento di poter travolgere gli avversari col suo impeto, falcidiandoli nel corpo a corpo.

D’un tratto, però, si accorse di avere addosso più agenti del dovuto e, cercando i compagni, scorse Seti inginocchiata a terra col capo chinato avanti. Il sangue blu cobalto le tingeva la pelle del braccio e disegnava uno strano fiore sulla sua maglia. Alla fine, incrociò gli occhi stravolti di Kiel, che si limitò a scuotere piano la testa.

Erano spacciati, non potevano più mentirsi a vicenda.

Con uno slancio compì un salto e una capriola all’indietro, allontanandosi dagli agenti. Estrasse da una tasca un oggetto ovale, su cui era impresso lo stemma degli Astaria. Un ghigno diabolico le si dipinse in faccia. «Verità e Libertà?» urlò.

«Verità e Libertà!» le risposero all’unisono gli altri due, seppur la voce di Seti le giunse appena udibile.

Gli agenti del Rekkap rimasero gelati dalla vista dell’esplosivo ad alto potenziale, creato attraverso l’antimateria trattata col Krell.

«Non ci fermeremo mai», gli sibilò contro Ridan.

Il motto dei Borglar, il più temuto, quello che siglava la loro assoluta dedizione alla causa e li rendeva disposti a tutto.

Uno scrosciare di colpi attirò l’attenzione di tutti e un lampo di luce accecante li costrinse a serrare le palpebre.

«Stupido bamboccio, ti farò rimpiangere di essere nato».

La voce del capo della resistenza rimbombò nell’atrio. Nonostante la minaccia, Kiel non fu mai tanto felice di sentirlo, almeno fino a quando non si ricordò di Seti. Riaprì gli occhi e la vide riversa sul pavimento, esattamente come i loro nemici. I compagni, sopraggiunti in loro aiuto, l’avevano già raggiunta e le stavano prestando i primi soccorsi, per cui forse era ancora viva. Non riuscì a muovere un passo, a parlare, a far nulla.

Si sentì sollevare da terra e si ritrovò faccia a faccia con Ridan, seria, che lo puntava come fosse un insetto.

«Sei un Agarthiano libero?» gli domandò con tono fermo e profondo.

«S-sì».

«Allora comportati come tale e fai qualcosa», lo rimproverò, come faceva spesso.

Punse sul vivo e riportò a galla quel briciolo di orgoglio che gli era proprio, così annuì deciso. Ridan gli sorrise, anche i suoi occhi da rettile lo fecero e questo si tradusse con un brivido freddo lungo la schiena del giovane.

«No, non farlo…»

Non riuscì a finire la frase.

«Vola, genio!» gli disse ad alta voce, scaraventandolo al centro della sala con una fragorosa risata.

Kiel cadde addosso ad alcuni compagni, che attutirono loro malgrado il colpo.

«Prima o poi la ucciderò mentre dorme», mugugnò a denti stretti rialzandosi, ma con un sorrisetto stampato in faccia.

«Muoviamoci, tra poco ci saranno addosso. Potatela al centro medico», ordinò il capo.

Il ragazzo si riprese, ma quando fece per parlare fu abbrancato dal superiore, che se lo portò tanto vicino da fargli temere che lo volesse sbranare sul posto.

«Tu vieni con me».

A Kiel non restò che annuire in silenzio.

Erano ancora vivi.

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